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ROGUE ONE: A Star Wars Story – RECENSIONE (NO SPOILER)

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Con l’uscita nelle sale di Rogue One possiamo dire conclusa la corsa dell’Hype Train per questo 2016.
Se l’attesa per Episodio VII era fatta di un misto di eccitazione e terrore, quella per questo primo spin-off in live action la classificherei come pura nube di curiosità.
Già dall’annuncio precedente all’inizio delle riprese la Disney aveva messo in chiaro quale fosse il nucleo centrale delle vicende che sarebbero andati a raccontare: il furto attuato dai ribelli dei piani utili alla distruzione della Morte Nera (spoilerone!).

Mentre l’uscita di un nuovo capitolo ordinario porterà sempre con sé la certezza che i nuovi sviluppi lasceranno interdetti o delusi tantissimi tra i fan, la produzione di uno spin-off di approfondimento si carica sulle spalle l’unico rischio di lasciare il pubblico con una fame residua che non potranno mai tornare a soddisfare.
Rogue One aveva due possibili strade da percorrere: raccontare la sola strategia ribelle volta al furto dei piani condendo il tutto con blaster e spade laser oppure sviscerare i dettagli, svelare i retroscena dando una pennellata geniale dove nessuno la riteneva necessaria, una precisa aggiunta che a posteriori impreziosirà un quadro già famoso e amato.
La Disney ha imboccato la seconda.

La recensione che segue conterrà SPOILER. Se quindi non avete ancora assistito al film vi sconsiglio caldamente di proseguire con la lettura. E anche se so che molti si saranno già innervositi scoprendo che i ribelli cercheranno di rubare i piani della Morte Nera (P.S. Alla fine ci riescono), per ora vi basti sapere che la pellicola rende onore a tutte le più rosee aspettative che si potessero serbare per questo progetto e che molte scene faranno palpitare il vostro cuoricino nostalgico.
Dunque, se titubate dell’utilità della pellicola date una chance ai vostri occhi e criticatelo se ancora non vi sentirete soddisfatti. Ciò che dirò nella parte spoiler sarà per la gran parte un elogio delle scelte messe in scena dal regista e dalla sceneggiatura nel suo complesso. Godetevi questo tuffo nel passato e appagate la vostra brama di nozioni e dettagli sulla saga più amata nella storia del cinema.

Iniziamo con gli SPOILER!

Tanto per cominciare giova accennare alla tecnica registica messa in gioco da Gareth Edwards. Il direttore delle riprese, dichiaratamente appassionato della saga, non ha resistito alla tentazione di riprendere i canoni stilistici della trilogia originale: i primi piani sui piloti dei caccia e degli X-Wing ne sono un palese richiamo e gli evidenti baffi anni 70/80 di diversi ribelli sono solo uno dei tanti dettagli eruttati dall’amore del regista per l’universo di Star Wars.

Il fan service è prevedibilmente presente in quasi ogni situazione, ma non finisce mai per prevaricare ciò che il film voleva raccontare. Edwards ha rubato dai titoli originali decine di spunti estetici, senza mai dar loro eccessiva preponderanza, senza allungare le riprese o schiaffare davanti alla camera un soggetto già celebre come per dire: “Avete visto? Beccatevi questo C3-PO!”.
Vediamo infatti ambientazioni dai toni noti come l’esterno delle celle a Jedha riconducibile alla cantina di Mos Eisley o riprese su luoghi che echeggiano il destino di Anakin su Mustafar.
La comicità si presenta ritmicamente e smorza i toni più cupi senza risultare mai fuori luogo o imbarazzante. Il personaggio che più si avvicina a ciò che potremmo definire ‘comic relief’ è indubbiamente il meraviglioso K-2SO, il droide imperiale riconfigurato. Le sue battute sono taglienti e dotate di un delicato di black humor che sgorga in maniera incontrollabile a causa della programmazione che non gli permette di tacere in qualunque momento faccia capolino la sua originale funzione: il calcolo delle probabilità strategiche.

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L’apporto della computer grafica si fonde morbidamente con l’utilizzo di animatronic e stupende protesi per il trucco delle razze più assurde della galassia, toppando leggermente (per la mia modesta opinione) con la resa del compianto Peter Cushing, alias Governatore Tarkin. Mentre la ringiovanita Carrie Fisher nell’ultimissima ripresa del film rende perfettamente onore a Leila Skywalker, l’anziano comandante della Morte Nera sembra non amalgamarsi a dovere con gli sfondi e con gli attori con cui duetta in scena. Sempre meglio del deprecabile Lord Snoke di Episodio VII, per carità.

Sono tre i punti fondamentale che a mio parere elevano la pellicola e la rendono un gran bel tassello da inserire nella continuità dei vecchi capitoli della saga, cercherò di spiegarli brevemente.

Il primo è certamente la trovata illuminante in sede di sceneggiatura che è andata a stuccare il buco di logica più grande del IV episodio. Un buco di logica nato certamente dall’ingenuità di un esperimento di Lucas, allora inconsapevole del potenziale della sua creatura. L’affetto per la trilogia originale ha sempre travolto l’obbiettività di tutti noi spettatori, permettendo alle nostre coscienze di tralasciare mancanze o incoerenze evidenti. La più pressante tra queste era probabilmente la sbalorditiva facilità con cui fu possibile distruggere l’originale Morte Nera. Un paio di proiettili lungo un tubo e boom, tutto finito. Un pianeta mortale, la più grande e terribile macchina da guerra dell’Impero intergalattico distrutta da una trovata demente degli architetti addetti alla sua progettazione.
E invece no. Rogue One finalmente rimuove questo fastidiosissimo granello di sabbia che per anni e anni abbiamo tenuto nell’occhio, liberandoci dal tormento. La falla era volutamente esposta ed attaccabile, una trappola per l’Impero ideata da una mente geniale. Una mente rinsavita grazie all’amore per la sua famiglia, la mente di uno dei personaggi più interessanti della pellicola: Galen Erso. Mads Mikkelsen ha di nuovo dato prova del suo talento recitativo, per una volta nelle vesti di un buono, anche se non riesce mai ad evitare che un mantello di cattiveria venga posto sulle sue spalle. Ma con quella faccia intrigante ed inquietante non gli facciamo mica fare l’elfo di Babbo Natale, no?

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Punto secondo, il personaggio cieco interpretato da Donnie Yen. Il protettore del tempio, Chirrut Imwe, credo sia il personaggio che di tutti i film di Star Wars meglio rappresenti fisicamente ciò che Lucas non ha mai smesso di sbatterci in faccia dal primo film: l’universo è un enorme burattino, ed il suo burattinaio è la Forza. Imwe è consapevole di questo, sa che la Forza guida tutti, perchè la Forza vuole l’equilibrio, vuole ridimensionare le ondate di oscurità che talvolta si sprigionano nelle galassie. Quindi lui si lascia guidare. Non gli serve vedere e non gli serve avere paura: se la Forza ha ancora piani per lui nessun proiettile lo colpirà a morte, se invece il suo ruolo dovesse ritenersi concluso su questo palcoscenico, lui lo lascerà serenamente. Perchè nessuno può opporsi alla forza, tutti sono Forza e la Forza è con tutti.
Non esiste il caso nella saga di Star Wars. Non è possibile atterrare su Tatooine per delle riparazioni e trovare casualmente il bambino della profezia, come non è possibile che gli Stormtrooper non centrino mai un bersaglio importante se questo ha una missione da compiere. Tanti personaggi muoiono durante la saga, ma ognuno di loro può dirsi soddisfatto della parte rivestita nella ricerca dell’equilibrio nella Forza.

Rogue One: A Star Wars Story L to R: Baze Malbus (Jiang Wen) and Chirrut Imwe (Donnie Yen) Ph: Jonathan Olley ©Lucasfilm LFL 2016.

Terzo ed ultimo, non per importanza, è colui che con soli dieci minuti di apparizione vale due volte il prezzo del biglietto: Darth Vader.
Tutto ciò che è stato deciso per la sua apparizione in questo spin-off incontra il mio plauso più incondizionato. Appare poco, ma più di quanto mi aspettassi, si lega perfettamente al contesto della trama e vi svolge un ruolo attivo. Nonostante un leggero restyling del vestito che avrei evitato, la sua presenza si impone con un istrionismo impareggiabile.
Vader è un interessante caso cinematografico, una personalità che riecheggia nelle fantasie di chiunque abbia vissuto dagli anni ’70 ad oggi, che abbia visto i film o meno. È il volto della parola ‘cult‘.
Tutti conoscono Star Wars, ma riconoscono solo Vader. Tutti conoscono i Pokemon, ma credono esista solo Pikachu. L’unica differenza è che il topo giallo non potrà mai nemmeno sognare di coprirsi dell’aura di rispetto che avvolge le vesti del Lord oscuro.

Solo Vader può trasmettere timore, sottomissione e morte imponendo la mano intorno ad una gola invisibile.
Solo Vader può schiacciare ribelli sui soffitti e sbaragliarne a decine alla sola luce della sua spada laser, incedendo verso il suo bersaglio.

I ribelli sono moscerini di fronte a lui, le astronavi sono lattine, i Lord sono vermi, la Forza è la sua aria.
Io, sono brodo.

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ROGUE ONE: A Star Wars Story

ROGUE ONE: A Star Wars Story
8

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      About the author

      Giacomo Valentino

      Giurista (per darsi un tono) appassionato di narrazione in ogni sua forma, soprattutto su pellicola. Sempre pronto alla chiacchiera e allo scambio di opinioni, basta che alla fine ammettiate di avere torto.