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L’altra Grace: la serie di Margareth Atwood su Netflix

l'altra grace

Se vi sentite orfani di The Handsmaid’s Tale allora non potete perdervi L’altra Grace (“Alias Grace” nell’originale”), la serie tv prodotta da CBS e Netflix tratta da un romanzo di Margareth Atwood.

La notte di venerdì 3 novembre sono entrata su Netflix e ho detto addio al mio sonno: questo perché ho avuto l’idea di premere play sulla prima puntata di L’altra Grace, con il risultato di venire risucchiata nella prima delle sei puntate di questa serie ispirata al romanzo omonimo di Margareth Atwood.

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La storia è quella vera di Grace Marks, condannata a trent’anni di carcere per un duplice omicidio di cui lei non ha memoria. Nella finzione, dopo diversi anni di carcere il dottor Simon Jordan viene chiamato ad analizzare Grace attraverso una serie di sedute che, se a metà Ottocento fosse già esistita, potremmo quasi definire di psicanalisi. L’obiettivo è quello di districare, anche attraverso l’analisi dei sogni, i confusi ricordi di Grace e capire finalmente se è colpevole o meno.

Inizia così il racconto nel racconto: da un lato abbiamo ciò che accade nel presente, le lunghe sedute di un sempre più invaghito dottor Jordan in compagnia dell’angelica Grace; dall’altro un lunghissimo flashback che percorre la durissima e travagliata vita della protagonista che, in un continuo crescendo, arriverà alla ricostruzione dei fatidici omicidi.

Il ritmo della serie non è fra i più concitati, soprattutto all’inizio, quando sembra che Grace voglia focalizzarsi su alcuni aspetti apparentemente insignificanti della sua vita e sorvolare su altri terribili, come ad esempio il suo periodo in manicomio in cui è stata vittima di violenze atroci.

Ma è proprio questo il punto: noi spettatori ci ritroviamo a vivere la vicenda dal punto di vista del dottore e soffriamo come lui di una forma di impazienza: vogliamo scoprire cosa è successo a Grace, vogliamo a tutti i costi che non sia colpevole, ma non possiamo metterle fretta, perché i ricordi di una mente turbata non possono seguire un percorso lineare.

Sono proprio i ricordi della protagonista che, oltre ad accompagnarci nello svelamento del caso di omicidio tipico del thriller psicologico, fanno anche un ritratto (come prevedibile, trattandosi della Atwood) sulla condizione della donna in quegli anni, fatta di soprusi, che viene sottolineata anche dagli acutissimi commenti della stessa Grace. Si ha l’impressione che la curiosità morbosa intorno alla persona di Grace esista non perché sia un’omicida, ma perché è stata accusata di omicidio ed è donna. Reduce dalla visione di Handmaid’s Tale, mi sarebbe piaciuto che questo aspetto della storia fosse più evidente e non solo collaterale, ma probabilmente rendere centrale questo tema sarebbe andato a scapito della storia principale.

Complice l’eccellente recitazione di Sarah Gadon e la scrittura di Sarah Polley, il personaggio di Grace riesce a rimanere sempre misterioso, tanto che risulta impossibile inquadrarlo anche alla fine, quando la verità viene svelata. Non vi dico altro per non rovinarvi nulla del finale, ma sono sicura che L’altra Grace vi sorprenderà e, forse, riuscirà a turbarvi più di una volta.

Adesso mi improvviso sensitiva e provo a prevedere cosa state pensando:

Ma Alias Grace è meglio di Handmaid’s Tale?

Partendo dal fatto che questi tipi di confronti avrebbero senso se ci trovassimo davanti a due versione dello stesso prodotto, posso capire come ce lo si possa chiedere, dato che si tratta di due adattamenti tratti da due romanzi della stessa autrice.

Ebbene, trovo L’altra Grace un prodotto eccellente, ben scritto e recitato, che però manca di quella nota in più che in The Handmaid’s Tale faceva rimanere sempre sul bordo della sedia e faceva maledire la fine di ogni puntata.

Mentre con la storia dell’Ancella la sensazione era quella di essere costantemente braccati, con L’altra Grace l’impressione è quella di camminare sulle uova sperando di non spaventare la protagonista mentre ricostruisce i suoi ricordi. Non nascondo che un paio di volte la voglia di entrare nello schermo, prendere l’infinito lavoro di cucito della ragazza e scrollarla urlandole “Sei stata tu o no?!” ha preso il sopravvento. A parte questo effetto, che probabilmente èvoluto o colpa del fatto che la pazienza non sia mai stata una mia virtù, si può dire che L’altra Grace non è la serie dell’anno, ma decisamente una serie che vale la pena vedere.

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Valentina Ottoboni