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Etna Comics 2018: intervista a Claudio Sciarrone, co-creatore della saga di PKNA

Etna Comics 2018 è stato un evento ricco di opportunità e di ospiti, permettendoci dunque di parlare con i massimi esponenti della nona arte. Abbiamo avuto infatti l’occasione di parlare con uno dei massimi esponenti del momento in Disney, Claudio Sciarrone, fumettista di successo, co-creatore della saga Paperinik New Adventures, che lo ha portato alla fama.

Abbiamo chiesto a Claudio le domande più disparate: dalla sua vita, al concepimento dei suoi personaggi. Non mi resta quindi che lasciarvi alle domande e alle risposte. Buona lettura.

  1. Siamo ormai nell’era della tecnologia, che domani qualunque ambito quotidiano e non. Il fumetto in questo si è dovuto adattare. Com’è stato passare al digitale?

“È stata un’evoluzione naturale di una serie di cose una dopo l’altra che hanno portato ad abbandonare, prima quasi totalmente e poi totalmente, gli arnesi da lavoro tradizionali per ampliare la propria gamma di opportunità. Chi vi dice che si fa prima e che è più veloce, in realtà o non ha capito o non conosce l’argomento, perché io avevo già ampliato il tipo di lavoro che facevo prima utilizzando semplicemente il bianco e nero e il livello della china; con il digitale, aggiungendo una serie di livelli, di effetti e ombre che arricchiscono le pagine, e parallelamente tutta una parte di pre-produzione prima di partire a disegnare la storia, si arriva poi a determinate scene in modo competente e preparato: se devi inventare un’astronave o un’ambiente, prima va affrontato a parte sviluppandola, addirittura in alcuni casi faccio proprio la piantina degli ambienti che andrò a gestire, e poi mi troverò già pronto tutto sulla tavola. Forse è più simile ad un concept design di pre-produzione di un film o di un videogioco.

Parlando con gli aspiranti, se ci si approccia così al lavoro, può diventare l’embrione di una serie di opportunità che attraverso il fumetto, che ho considerato sempre un po’ il figlio minore rispetto a tutte le altre arti, può in realtà essere il seme da cui nasce tutto il progetto. In realtà io li affronto sempre pensando che fosse una serie a cartoni animati, quindi degli ambienti con delle caratteristiche specifiche o un abbigliamento particolare o l’accostamento dei colori: cerco sempre anche di seguire la moda per l’appunto. È ovvio che adesso con Google immagini, parallelamente al tuo lavoro puoi tenere aperta la finestra con l’ambientazione o ciò che ti serve in tempo reale. L’unico problema effettivamente è quello di riuscire a fermarsi in tempo: cioè fermare e fissare la tua idea sul foglio, anche se digitale, progredendo ed andando avanti.”

  1. Cambiare modo di disegnare significa in qualche modo innovare. In ambito Disney, questa innovazione cosa comporta?

“Significa essere sempre aggiornati, guardare con un occhio il passato e l’altro il futuro, cercando come hai detto tu di innovare nella tradizione, rispettando quello che ti viene dato tra le mani da gestire e cercando, in maniera modesta e senza arroganza, di lasciare il proprio segno. Non ho mai cercato una personalizzazione dei personaggi, ho sempre cercato di adattare quello che mi veniva consegnato. Qualche anno fa ci fu un corso di stile internazionale, ovvero rendere i personaggi Disney più simili a quelli del merchandising, quindi più lontano dallo stile italiano che era comunque più caratterizzato (erano gli anni di PK per intenderci). Quindi era un modo per ritornare più al classico stile, perché avevano capito che noi italiani stavamo prendendo una deriva un po’ particolare. La difficoltà era nell’accettare ciò che “ti veniva imposto dall’altro”, integrandola con la tradizione del fumetto Disney italiano, che in realtà ha fatto scuola nel mondo. Attenzione però, non voleva dire piegare la testa, ma semplicemente accettare le esigenze della casa madre e cercare di fonderle o rifonderle con la tradizione nostra.

Io ho cercato di fare del mio meglio, senza tentare di creare quello stile prettamente personale e riconoscibile, che alla fine è stato la concausa dell’essersi applicati, dell’aver cercato una strada che coniugasse tutte queste cose, comprese le innovazioni che arrivavano dall’esterno. Per esempio, uscivano film come Matrix, non potevi non esserne coinvolto per forza di cose. Sono stati poi gli altri a dire: “A riconosco quella roba lì anche se non c’è il tuo nome, perché si capisce che l’hai fatta tu”. Anche se univo varie informazioni esterne per cercare di rimanere quanto più anonimo, senza rendermi conto ho comunque creato il mio stile riconoscibile.”

  1. Per esempio, come ti sei approcciato alla “Nuova Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi”?

Non è che ancora adesso non mi sia ripreso, ma per dirla tutta: sono stati 6 episodi, 194 pagine comprese le 10 pagine di prologo, è stata la storia più lunga in 26 anni di carriera con Topolino, perché sono 26 anni di carriera, ma ricche di storie pubblicate ininterrottamente. Quindi è stato un impegno sulle spalle abbastanza pesante. Ogni volta che mi sento dire: “A tu sei un innovatore, quello che spinge sempre un po’ più in là il limite”, ad un certo punto ti ritrovi solo e devi superare solo te stesso. Infatti la sfida vera sarà poi la storia successiva, perché quando metti a fondo tutte le tue conoscenze, tutto quello che hai imparato e che ti ha potuto ispirare, lì dentro, [nella Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi], c’è veramente la summa di tutto quello che ho appreso, anche tecnicamente in questi anni di carriera. Adesso ho come tirato una riga, come dire: “ok adesso si ricomincia”. Quindi lì dentro c’è tutto, anche il rispetto per Scarpa e Carpi, mio maestro; c’è anche il rispetto per quei colleghi che nonostante tutto affrontano il lavoro seriamente, senza avere velleità artistiche: abbiamo un manipolo di autori, che non citerò, ma sono quelli di spicco, che ovviamente sono come me, innovatori, che vengono attenzionati di più durante le fiere del fumetto perché fanno le opere più importanti, uno su tutti, Fabio Celoni, però c’è uno stuolo di autori seri, che fanno il loro mestiere, sono riconoscibili per quello che fanno per sé stessi, ed in un certo senso fare quello che posso è come rispettare il lavoro di queste persone qua, no? Fare il fenomeno cercando di stravolgere ogni volta le cose, può risultare un po’ saccente. Io non mi sono mai posto “Adesso faccio una roba, così li sconvolgo tutti e gli faccio vedere”, io invece ho sempre cercato di fare qualcosa pensando proprio all’essenza dei personaggi.

Alla fine Topolino è contemporaneo ad ogni suo lettore, non ha di per sé ambientazioni retrò o futuristiche. Cito un cliché che faccio sempre: noi creavamo le storie con i fondali di mattoni a vista, c’erano i personaggi a mezzo busto che dialogavano davanti e per riempire lo spazio dietro si faceva un muro di mattoncini, con tipo 3 mattoni che sembrava fuoriuscissero ad un certo punto dalla vignetta. Carpi, che allora aveva 70 anni ed aveva fatto parodie strepitose, disse a me che ero il più giovane: “Ma perché fai i mattoni?”, ed io “Perché l’ho visto fare, l’ho sempre visto fare” ed allora di tutta risposta Carpi mi disse: “e non ti sei mai posto la domanda del perché lo facevamo? Quei mattoni lì, erano i mattoni che vedevamo dai muri bombardati del dopoguerra, da ragazzi giravamo per i vicoli di Genova e vedevamo quei muri li. Ma tu dov’è che vedi quei muri bombardati dalla contraerea, fatti una domanda”. Al che, da quella volta, quando vedo un allievo che ancora mi disegna il paralume anni ’30, prendo una rivista tipo IKEA e gli dico: “guarda come sono fatti i mobili di oggi”.

  1. Passiamo ad uno dei tuoi personaggi di maggior rilievo: Paperinik. Cos’è stato lei per questo eroe e cosa lui è stato per lei?

Per combinazione, dato che è una creazione grafica di Gianbattista Carpi, mio maestro, quando arrivammo a concepire PK, e venni coinvolto nel progetto fin dall’inizio, fatte le prime tavole andavo subito da Carpi, perché graficamente era un personaggio suo (anche se in Disney non esiste la proprietà intellettuale su un personaggio). Lui ci disse: “Ragazzi questa è roba vostra, cosa vi devo dire?”. Magari voleva intendere di lavarsi le mani in senso positivo o negativo [Ride]. Però comunque era talmente rispettoso del lavoro delle persone che disse: “Fate pure. Cosa mi venite a chiedere il permesso?”. Aveva capito che ad un certo punto le generazioni si susseguono e ad un certo punto, il maestro può permettersi di dire “adesso andate avanti voi”.

È ovvio sono cambiate le generazione, quindi oggi avere dei giovani che si propongono con quell’irruenza che avevamo noi ai nostri tempi, che vedevamo i maestri e a nostra volta volevamo diventare tali, è una cosa rara. Adesso il ragazzo che si butta nel mondo del fumetto lo fa principalmente come se fosse un hobby di lusso: è difficile inserirsi in un ambito professionale, con un guadagno mensile rispettoso. Ho sentito di gente che prende pochissimo per ogni tavola, cui magari puoi impiegare poco tempo, però non è un lavoro. Devi perseverare e pensare che questo sia un modo per progredire e trovare un lavoro nel medesimo ambito.”

  1. Dopo una lunga pausa, com’è stato ritornare nel mondo di PK?

“Per me, se guardate l’approccio delle nuove saghe che ho realizzato insieme a Lorenzo [Pastrovicchio], si è volutamente cercato di far capire che erano passati 20 anni, cioè non abbiamo ripreso dall’ultimo punto lasciato come se non fosse passato neanche un giorno. Tant’è che mi è piaciuto anche che le nuove generazioni, che non avevano letto il vecchio PK, compravano i nuovi Topolini con su le saghe di Paperinik e si domandavano: quale vecchia storia devo leggere per capire cosa sta succedendo? Abbiamo avuto anche noi (io e Lorenzo) 20 anni di film, videogiochi e fumetti che ci hanno influenzato, quindi era logico andare avanti. Certo l’approccio non è stato quello degli sperimentatori, facendo robe che non erano mai state fatte, ma avevi una tradizione ed un seguito di fan che si aspettavano una certa qualità dal tuo lavoro e quindi non potevi deluderli. È stato particolarmente dispendioso a livello di energia. È ovvio che per me le saghe come Topolino e le vacanze in fuga o La nuova storia e gloria della Dinastia dei Paperi, sono più una sfida perché costruisci tutto da 0 e non hai nessun paragone, prendendoti tutte le responsabilità. Essendo entrato nel mondo di PK fin dall’inizio e avendo creato anche molti personaggi, già dalla seconda e dalla terza saga, non volevo correre il rischio di rifare me stesso. È stata un’altra tipo di sfida con sé stessi.”

  1. Nel tuo curriculum spiccano adattamenti a fumetti di film d’animazione, come Atlantis, Monster & Co, Wall-E. Com’è stata questa esperienza? Pensi di poter tornare alle matite di questi adattamenti?

“Si, se me ne dessero l’occasione volentieri. Ho fatto ultimamente Big Hero 6, con delle storie brevi, e Tron Legacy, che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, ma perché mi è stata riconosciuta una sorta di eclettismo, passando facilmente da un genere all’altro senza problemi. L’approccio è stato particolare, perché la Disney americana non aveva mai fatto fare agli artisti italiani delle trasposizioni fumettistiche dei film. Generalmente è un lavoro che viene assegnato principalmente agli illustratori e non ai disegnatori di fumetti come me, perché i personaggi dei film venivano studiati meglio dai primi per la trasposizione dei libri; quelli come me facevano topi e paperi. Quindi era veramente una rarità avere un disegnatore di fumetti affondare le mani in quel mondo; significava anche spersonalizzare il proprio stile, poiché bisognava riprodurre dei personaggi per come erano stati ideati da altri. Io mi son proposto ed eravamo una sera a cena con la Disney e mi fanno: “guarda se ci vuoi provare anche tu”.

Quindi quando ho fatto le prove, voglio comunque non vantarmene troppo, ma gli americani hanno visto le mie tavole e hanno detto: “Wow, queste qua. Li vogliamo così”. Dopo siamo stati mandati a Los Angeles, io ed un manipolo di illustratori, tra cui anche Daniela Vetro, per infarinarci un pochino dell’atmosfera, mentre ancora stavano sviluppando il film (parla di Atlantis). Quindi praticamente dovresti farti un intero film in testa senza che ancora sia stato prodotto, come quando la tua compagnetta di classe pensi si sia innamorata di te. Poi comunque quando è uscito il film per esempio sono rimasto un po’ deluso, perché mancavano alcune cose, forse anche per problemi tecnici e quant’altro.”

  1. Ultima domanda: tra tutti i personaggi da te disegnati, qual’è quello che preferisci?

“Topolino. Potrà sembrare un paradosso per uno che ha fatto la sua storia personale con PK, ma voglio dire, come ci diceva sempre Disney: “non dimenticatevi che tutto è partito da un Topo”. È talmente sintetico nella sua forma che riuscire a farlo recitare già tecnicamente è molto difficile perché la costruzione è fatta di 4 linee che se sbagliate di qualche millimetro disintegri il personaggio. Riuscire invece a farlo proprio e trasformarlo in una persona tridimensionale che vive quelle atmosfere è difficile. Purtroppo per anni si è vissuto di cliché sia per gli sceneggiatori che per i disegnatori ed usare Topolino ormai era diventato quasi uno standard: tutto perfettino, che risolve sempre i casi e quant’altro. In realtà, almeno per le storie che mi sono state assegnate, Topolino aveva sempre delle crisi esistenziali fortissime che si riflettevano anche sulla mimica facciale, sulla gestualità e sul modo di vestirsi. Il divertimento era riuscire a farlo recitare anche quando lo sceneggiatore spostava il focus sull’altro personaggio che stava parlando: mi capitavano delle storie tipo con Minni che veniva rapita dall’intelligenza del personaggio di turno che parla di qualcosa di interessante e Topolino di fianco, faceva una semismorfia, che non era scritta nella sceneggiatura. Ho notato che, tramite i social, la gente mi faceva sapere di aver iniziato a notare questi dettagli. Allora se lasci, per così dire, il semino anche di queste piccole cose, “le storie di x sono più ricche di queste cose, perché puoi leggerle diversamente anche in base ad una diversa chiave di lettura” è un’altra tecnica per cercare di diventare riconoscibile in questo mare nostrum di fumetto Disneyano.”

Non possiamo fare altro che ringraziare Claudio per il tempo dedicatoci, con l’augurio di rivederci presto e scambiare qualche altra parola insieme!

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Anthony Buscemi

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