Memoria, catastrofe e guerra: tre mondi che non vogliono stare insieme. Ecco il lato più disturbante e irregolare dell’animazione giapponese.
Solamente il 12, 13 e 14 gennaio 2026, nei cinema italiani, arriva finalmente Memories, la grande opera supervisionata da Katsuhiro Ōtomo il quale ha realizzato anche l’ultimo episodio. Si tratta, infatti, di un lungometraggio animato suddiviso in tre episodi ognuno dei quali si basa su un manga dello stesso Ōtomo. L’opera fu pubblicata più di 30 anni fa e in Italia arrivò solo in versione home video, ma adesso grazie alla collaborazione tra Dynit e Adler Entertainment sarà possibile osservare sul grande schermo uno dei capisaldi dell’animazione giapponese. Infatti non stiamo parlando di un’operazione nostalgica o un semplice recupero d’archivio, bensì di una vera e propria riscoperta di un’opera che presenta un’incredibile carica disturbante e una lucidità tematica sorprendente.
Nonostante le tre decadi di distanza, Memories conferma la sua natura contorta che porta lo spettatore a spaesarsi, a confrontarsi con fratture narrative e tonali e a rinunciare a una coerenza lucida e rassicurante. È un’opera che pretende attenzione attiva, perfetta per la diffusione su grande schermo e nettamente differente dalle produzioni contemporanee molto più passive che hanno male abituato il pubblico.
Ōtomo Katsuhiro e Memories
Prima di parlare più nel dettaglio di Memories, è doveroso partire dalla figura del celebre Katsuhiro Ōtomo. Classe 1954, Ōtomo è uno dei fumettisti, sceneggiatori e registi più influenti della cultura pop giapponese. La sua poliedricità lo ha reso capace di ridefinire il linguaggio del manga e dell’animazione proiettandolo ben oltre i confini del suo paese, anche in periodi storici dove era molto complesso farlo.
Le opere di Ōtomo non hanno mai cercato di semplificare il mondo, anzi lo complicano, chiedono allo spettatore di interrogarsi, di decifrare simboli, di affrontare temi scomodi senza soluzioni preconfezionate. Ecco quindi che ha dato origine a opere come Domu – Sogni di bambini e soprattutto Akira che hanno segnato un confine netto sia per l’impatto visivo e tecnico sia per l’audacia e per l’ambizione filosofica, sociale e politica delle loro narrazioni. Anche quando la sua presenza è stata in qualità di supervisore o sceneggiatore per progetti di altri autori come con Spriggan, Perfect Blue e Metropolis, la sua impronta è sempre stata quella di porre un pensiero critico privo di qualsivoglia passività.

Nel 1995, quindi in pieno periodo post-Akira, è uscita Memories, un’opera che racchiude i canoni di Ōtomo, ma ne rappresenta anche un’anomalia non essendo un blocco unico bensì un film antologico composto da tre mediometraggi scollegati tra di loro. Il film è un adattamento di alcuni episodi tratti dall’omonima raccolta di storie brevi del manga Memorie, scritte e disegnate da Ōtomo e pubblicata nel 1982 e fu presentato per la prima volta al Tokyo International Fantastic Film Festival. Da sempre molto discusso e in un limbo tra il capolavoro e l’insensatezza, a distanza di 30 anni si è pensato di restaurarlo in 4K e di proporlo prima in formato Ultra HD Blu-ray e Blu-ray e adesso nella versione cinematografica.
Memories mette in mostra tre tematiche totalmente diverse e senza alcuna sintesi o un filo narrativo che le possa unire. La disomogeneità è, quindi, il principio strutturale ed ecco trovare una fantascienza elegiaca, una farsa apocalittica e una distopia industriale. Anche la creazione dell’opera è alquanto varia, infatti lo stesso Ōtomo funge da “semplice” supervisore e solo nel terzo capitolo, Cannon Fodder, da creatore. Infatti il primo capitolo, Magnetic Rose, è curato dallo studio Studio 4°C di Kōji Morimoto mentre il secondo, Stink Bomb, è diretto da Tensai Okamura e curato da Madhouse.
Ogni episodio, che andremo ad analizzare singolarmente tra poco, sperimenta un’idea diversa di animazione, di rapporto con lo spettatore e di narrazione. Questa mancanza di una cornice narrativa unificante è spesso stata indicata come il limite principale del film e, non lo neghiamo, per il pubblico moderno potrebbe esserlo ancora di più. Tuttavia se si guarda il tutto con attenzione e con la consapevolezza di tre opere singole e slegate, si riesce a vivere un caleidoscopio di emozioni tra melodramma, allegoria politica e satira.
Magnetic Rose: la memoria come ambientazione
Il primo episodio rappresenta la porta di ingresso perfetta in questo mondo caotico. Scritto da Satoshi Kon, altro luminare nonché futuro autore di Perfect Blue e Paprika, Magnetic Rose è un gotico spaziale in cui l’amore diventa un dispositivo di controllo e la memoria è l’ambiente in cui si svolge il tutto. I protagonisti, infatti, sono due astronauti che rispondono a un segnale di soccorso e si ritrovano intrappolati in una enorme stazione orbitante costruita attorno ai resti emotivi di Eva Friedel, una cantante lirica scomparsa.

I ricordi non rappresentano una tematica, bensì l’intera messa in scena dato che Eva ha ricostruito il suo passato come un teatro eterno che costringe chi lo attraversa a interpretare ruoli non scelti. Tra riferimenti all’opera lirica e un uso magistrale della musica di Yoko Kanno unita a Puccini, l’episodio esplora il concetto di lutto tra desiderio di congelare il tempo e volontà di rimuovere i ricordi dolorosi.
Visivamente, anche grazie allo splendido lavoro di restaurazione, è un’opera meravigliosa a metà tra un quadro barocco e una visione onirica ipnotica. Ologrammi, scenografie teatrali e spazi virtuali diventano proiezioni della psiche e l’animazione stessa modella lo stato emotivo dei personaggi.
Stink Bomb: tratto da una storia vera
Il secondo episodio conferma quanto detto finora, ma lo fa in una maniera talmente netta da spiazzare anche gli spettatori più esperti. Si tratta di una commedia noir dai risvolti molto oscuri che trasforma la fine del mondo in un problema amministrativo e burocratico. Il protagonista è un impiegato di un’azienda farmaceutica che ingerisce erroneamente una pillola sperimentale divenendo una bomba biologica ambulante.
Questo gesto lo rende letale per chiunque gli si avvicini, ma la sua dedizione al lavoro lo rende inarrestabile poiché convinto di star facendo il proprio dovere con zelo e disciplina. La storia, tra l’altro, si rifà a un evento realmente accaduto e riguardante Gloria Ramirez, definita “donna tossica” perché capace di rilasciare gas nocivi dopo la morte avvenuta nel 1994 a causa dell’uso di un farmaco analgesico venduto sul mercato nero.

Questo episodio necessità di alcune curiosità importanti. In fase di sviluppo, infatti, Otomo voleva affidare la regia a Yoshiaki Kawajiri, tra i fondatori di Madhouse e autore di titoli seminali come Wicked City, Ninja Scroll e Vampire Hunter D. Kawajiri declinò l’incarico creativo diretto, scegliendo di mantenere un ruolo di supervisione e indicando come regista il suo allora allievo Tensai Okamura. Per quest’ultimo Stink Bomb rappresenta il suo debutto ufficiale alla regia, ma già è possibile osservare alcune soluzioni visive e ritmiche di alcune opere che hanno fatto la storia. Di cosa stiamo parlando? Ma certamente di Neon Genesis Evangelion, Ghost in the Shell, Cowboy Bebop, Naruto e My Hero Academia.
La satira colpisce, in maniera netta e aggressiva, l’industria farmaceutica, la burocrazia globale e le forze militari. Vengono criticate la competenza e la responsabilità, ma con pungente ironia e un divertimento agrodolce che non porta mai a una vera e propria risata liberatoria perché subentra anche un orrore concreto e potenzialmente reale. Ad accentuare il tutto ci pensa una colonna sonora jazz e funk dal tono grottesco curata da Jun Miyake, trombettista e compositore jazz di fama internazionale, divenuto celebre per la colonna sonora di Mangia, prega, ama.
Cannon Fodder: quando la guerra diventa normalità
Il terzo episodio, il più breve dei tre, è scritto e diretto dallo stesso Ōtomo, con la componente artistica dello Studio 4°C con un piccolo contributo anche dello Studio Ghibli. Ambientato in una città murata leggermente steampunk che vive esclusivamente per una guerra contro un nemico mai mostrato, segue una giornata qualunque nella vita di una famiglia operaia. Ogni gesto, ogni lavoro, ogni rituale sociale è finalizzato al mantenimento del conflitto e le giornate procedono monotone in un clima di grigia disperazione.

Animato come un lungo piano-sequenza (la prima volta che venne sperimentata questa tecnica), Cannon Fodder elimina ogni spettacolarità. I colori sono spenti, i volti diventano maschere logorate e i movimenti sono meccanici, tutto per descrivere come la guerra non sia un evento, ma l’ambiente su cui si svolge la storia. La guerra è sia protagonista che antagonista perché è ciò che si respira, ciò che si eredita, ciò che si insegna ai bambini. Il dialogo finale tra padre e figlio, semplice, banale, devastante, sintetizza l’assurdità di un sistema che si regge su un conflitto forse inesistente, ma necessario al potere per perpetuarsi.
Conclusioni
A trent’anni di distanza, Memories resta uno degli esempi più impressionanti di ciò che l’animazione giapponese è stata capace di raggiungere nel suo periodo di massimo splendore negli anni Novanta. Ogni episodio è una dimostrazione di virtuosismo tecnico e libertà creativa che oggi, nel panorama industriale attuale, appare quasi irripetibile.
Alla sua uscita, l’attenzione si concentrò soprattutto su Magnetic Rose, mentre Stink Bomb e Cannon Fodder generarono reazioni più contrastate. Ma questa sproporzione non è un difetto da correggere: è parte integrante dell’identità del film. Il risultato è un’esperienza frammentata, instabile, volutamente sbilanciata. Più che un film compatto, Memories assomiglia a un’antologia lasciata volutamente grezza, in cui i singoli tasselli non convergono verso un discorso unico ma restano in tensione reciproca.

Per questo, pur con tutte le sue imperfezioni, Memories resta un’opera unica e incredibile. Non perché sia completa, ma perché è onesta nella sua irregolarità. Incanta, spiazza, provoca. E, soprattutto, dimostra che l’animazione può permettersi di essere ambiziosa, scomoda e imperfetta, motivo più che sufficiente per vederlo sul grande schermo.


