Barbara di Go Nagai – La Recensione

Barbara

Barbara rivive nella storia in un passaggio di testimone tra maestro e allievo. Dal tormento malinconico di Osamu Tezuka alla rilettura erotica e visionaria di Go Nagai, un confronto generazionale che trasforma la musa in forza distruttiva e il talento in follia

Ci sono opere che nascono per essere volutamente scomode e la protagonista di questa recensione è una di quelle, anche se si tratta di una rivisitazione più recente. Barbara, infatti, non è un titolo che si consiglia a chi desidera scoprire il volto più rassicurante di Osamu Tezuka bensì quello che si legge quando si vuole guardare dentro le sue crepe e il suo mutamento sociale e culturale.

Nel 1973, anno in cui venne per la prima volta serializzata l’opera su Big Comic, Tezuka era già un mangaka decisamente affermato, ma era anche un autore in piena inquietudine creativa anche a causa degli stravolgimenti dei contesti sociali e culturali giapponesi a partire dalla fine degli anni ’60.

Dopo aver rivoluzionato l’immaginario popolare giapponese, sentiva il bisogno di scardinare anche se stesso con delle storie che affrontassero temi più personali o profondi anche esplorando territori narrativi più oscuri e tematiche più mature. È in questo periodo che realizza i manga più dichiaratamente autobiografici della sua storia d’autore, ma anche Barbara, un racconto non certamente semplice per la sua irregolarità e un palese scontro con il concetto stesso di ispirazione.

Barbara

La storia è incentrata sul protagonista Yosuke Mikura, uno scrittore celebrato ma svuotato. L’incontro con una donna senza dimora, sporca, imprevedibile e costantemente in bilico tra lucidità e delirio non è assolutamente romantico, bensì esplosivo sotto ogni punto di vista. Barbara non è una musa ispiratrice, non entra nella sua vita come un angelo salvatore, è invece forza primordiale, animale e fortemente destabilizzante. Tezuka costruisce attorno a lei un racconto che alterna le strade notturne di Shinjuku, con allucinazioni, erotismo simbolico e improvvisi squarci psicologici.

Si configura come una critica spietata e corrosiva nei confronti dell’industria dello spettacolo, un affondo ironico che smaschera vanità, manipolazioni e illusioni del palcoscenico mediatico. L’opera non nasce dal nulla, ma affonda le proprie radici nella tradizione culturale europea prendendo spunto da I racconti di Hoffmann, celebre opera fantastica in cinque atti composta da Jacques Offenbach, a sua volta ispirata alle atmosfere visionarie, grottesche e perturbanti dei racconti di E. T. A. Hoffmann. Il risultato è un’opera che parla dell’arte come dipendenza, del talento come febbre e del successo come trappola.

Go Nagai: l’allievo che si discosta dal maestro

Ed è qui che arriviamo all’opera protagonista della recensione. Nel 2020 un altro maestro ha deciso di tornare su Barbara e ora l’opera arriva in Italia grazie a J-POP Manga. Stiamo parlando di Go Nagai, il quale non ha pensato di compiere un’operazione nostalgica bensì un atto di confronto con il suo stesso maestro. Nagai non è un autore qualsiasi: è il creatore di Devilman e UFO Robot Grendizer, opere che hanno segnato in modo indelebile l’immaginario collettivo e ridefinito l’eroe come figura tragica, tormentata, spesso destinata alla sconfitta. Se Tezuka ha tracciato la strada, Nagai l’ha percorsa fino ai suoi confini più oscuri.

La rilettura firmata da Nagai conserva soltanto l’ossatura originaria del racconto, per poi deviare con decisione verso territori molto più personali e radicali. L’autore utilizza il materiale di partenza come un trampolino creativo, piegandolo alla propria poetica fatta di eccessi, simbolismi cupi e tensioni psicologiche estreme. La narrazione abbandona progressivamente qualsiasi vincolo di fedeltà per trasformarsi in un’opera autonoma, dove realtà e allucinazione si sovrappongono fino a confondersi.

Barbara

In questa versione, Barbara non è più soltanto una figura enigmatica: diventa il fulcro magnetico di un universo dominato da pulsioni incontrollabili, un catalizzatore di desideri repressi e fragilità artistiche. Attorno a lei non si muove un solo personaggio, bensì una galleria di personaggi divorati dalla propria ossessione creativa e sentimentale, primo fra tutti il pittore Kyosuke Mitamura, artista tormentato incapace di distinguere l’ispirazione dalla dipendenza emotiva. Accanto a lui si staglia il pianista Goro Nikaido, figura altrettanto fragile, il cui talento musicale si intreccia a un’inquietudine profonda che trova in Barbara tanto una musa quanto una possibile rovina.

La vera forza di questa nuova Barbara sta nel dialogo silenzioso tra due generazioni. Tezuka raccontava la crisi dell’artista con una malinconia ambigua, quasi trattenuta. Nagai la amplifica, la rende più fisica, più dolorosa, più esplicita. Il cuore della storia resta intatto: quanto può costare l’ispirazione? Barbara è una musa o un abisso?
È salvezza o rovina? Nella versione di Nagai, la risposta sembra ancora più radicale: l’arte non è solo tormento interiore, è anche carne, desiderio, ossessione visiva. È qualcosa che consuma dall’interno.

Un’estetica sempre cupa, ma più esplicita nella sensualità

Nagai amplifica le tensioni erotiche e psicologiche, spingendo il racconto verso un’estetica visionaria che richiama l’eros oscuro e il decadentismo tipici della sua produzione più matura. Il risultato è un’opera che indaga il lato più distruttivo del genio artistico, esplorando il confine sottile tra creazione e autodistruzione, tra fascinazione e annientamento.

Nel suo Barbara, infatti, questa identità emerge con forza soprattutto sul piano visivo. Il tratto di Nagai è morbido, ma anche più marcato, più sensuale e più erotico rispetto all’originale. I corpi sono più voluminosi, più presenti e più carnali tanto che la figura di Barbara assume una fisicità magnetica divenendo non solo simbolo o metafora, ma presenza tangibile quasi soffocante sia per i protagonisti che per il lettore. La sensualità non è mai edulcorata: è esposta con decisione, ma sempre immersa in un’atmosfera cupa, inquieta, quasi malsana.

Barbara

Le ombre si fanno più dense, i contrasti più netti. Le tavole respirano un’oscurità che richiama le derive demoniache di Devilman: non tanto per contenuto soprannaturale, quanto per intensità emotiva. I volti spesso si deformano in espressioni estreme, gli sguardi diventano febbrili, i momenti di intimità si caricano di tensione psicologica. L’erotismo, in questa versione, non è mai semplice provocazione: è un linguaggio attraverso cui raccontare ossessione, dipendenza, perdita di controllo.

Anche la messa in scena cambia ritmo. Nagai alterna sequenze più statiche e contemplative a improvvisi scatti visivi, con composizioni che accentuano il senso di vertigine. La realtà sembra incrinarsi sotto il peso delle pulsioni dei personaggi e la tavola stessa diventa uno spazio instabile tra onirismo e incubo.

L’edizione italiana

L’edizione italiana curata da J-POP Manga è di grande pregio qualitativo. Presenta una stupenda sovraccoperta a colori che protegge una copertina in bianco e nero con alcune delle scene più particolari del manga. Al suo interno, poi, tante chicche come una riproduzione di un poster espositivo e la riproduzione a colori della copertina originale dell’Atto 2 di questa opera.

Barbara

Ciò che spicca maggiormente, tuttavia, sono due storie inedite che rafforzano il confronto tra maestro e allievo come un passaggio ideale di testimone. La prima è brevissima e si intitola Chi era per me Osamu Tezuka (emblematica la frase “per me è stato il “Dio” che ha deciso il mio destino“). Nel secondo racconto inedito, invece, Nagai ricorda un viaggio condiviso con Tezuka, dal titolo Go to travel – In viaggio con il maestro Tezuka in America, e aggiunge una dimensione quasi confidenziale, facendo emergere il lato umano dietro il mito.

Conclusioni

Barbara non è una lettura rassicurante. È un’opera che costringe a confrontarsi con il lato meno romantico della creazione artistica. Nella versione di Nagai, grazie a un tratto più sensuale ma profondamente oscuro e a una storia totalmente rivisitata, quell’inquietudine diventa ancora più palpabile. Perché l’arte, quando è autentica, non consola: seduce, travolge e lascia cicatrici. Possiamo definire l’intero lavoro come uno dei più significativi tra tutti quelli della produzione tarda di Go Nagai e J-POP Manga ha svolto un lavoro incredibile anche nell’impreziosire un volume da tenere indubbiamente come un cimelio in libreria.