Conan, il ragazzo del futuro – Recensione del rimontaggio degli episodi finali

Conan, il ragazzo del futuro

Tecnologia, natura e speranza: perché il futuro immaginato da Miyazaki con Conan, il ragazzo del futuro parla ancora al nostro presente

Dal 9 all’11 febbraio arriva al cinema, per la prima volta in Italia, il finale della celeberrima serie TV diretta da Hayao Miyazaki (nonché sua opera prima) Conan, il ragazzo del futuro. Arriva sul grande schermo in uno speciale montaggio degli ultimi episodi (dal 23 al 26) e con le voci del primo doppiaggio italiano, quello andato in onda negli anni Ottanta. Dynit e Adler Entertainment danno, quindi, la possibilità al grande pubblico di godere del capitolo conclusivo di una delle opere più importanti dell’animazione giapponese, celebrandone il quarantacinquesimo anniversario dalla prima uscita in Italia trasformando l’evento in un’occasione di rilettura e confronto, più che in una semplice operazione commemorativa. La scelta potrebbe sembrare azzardata, tuttavia presentare sul grande schermo il finale di una serie così importante è fondamentale per restituire tutta la forza e celebrare l’importanza di un racconto che continua a essere incredibilmente attuale e a interrogare il presente con una lucidità scomoda.

Un mondo distopico che assomiglia al nostro

Il mondo immaginato dalla serie nasce dalle macerie della Terza Guerra Mondiale avvenuta nel 2008, per la quale l’umanità ha sfiorato l’estinzione. Un conflitto in cui l’energia elettromagnetica viene piegata a strumento di supremazia totale la quale ha portato ad alternare perfino l’equilibrio del pianeta. Terre sommerse e popolazioni decimate hanno costretto i pochi superstiti a reinventarsi partendo da ciò che resta. Come è facile immaginare, l’umanità sopravvive divisa tra chi ha scelto di abbandonare l’illusione del progresso illimitato e chi invece non può sottrarsi allo sviluppo cinico e ossessivo.

Conan, il ragazzo del futuro

Proprio in questa frattura ideologica e pratica si colloca il cuore tematico dell’opera. Si osservano, infatti, comunità agricole fondate su un rapporto diretto con la terra e l’ambiente, sulla cooperazione e su un’idea di sviluppo etico e misurato. Di contro c’è Indastria, una città stato ipertecnologica e organizzata in modo verticale che rappresenta l’ultimo baluardo di un modo che rifiuta di riconoscere le proprie colpe e di prendersene le responsabilità. Di fatto si tratta di una città simbolo di una civiltà incapace di distinguere la sicurezza dal controllo e la sopravvivenza dall’esercizio del potere.

Tra tecnologia e natura

Questa contrapposizione non è mai semplicemente manichea. Miyazaki ha sempre avuto un rapporto molto controverso con la tecnologia e quando Conan, il ragazzo del futuro arrivò nella tv nazionale nipponica nel 1978 (in Italia arrivò nel 1981) fu presentato come un monito. I due mondi presenti nell’opera sono opposti, ma anche inseparabili e vengono generati dalla stessa mente umana che modella l’etica e sceglie in che modo rapportarsi con l’ambiente che lo ospita. È in questa tensione che l’attrazione per la tecnologia convive con la consapevolezza dei suoi possibili effetti distruttivi e il desiderio di autodeterminazione si intreccia con il totalitarismo e la necessità di potere.

In questa favola distopica si inserisce prima il leader di Indastria, Repka, che tenta di piegare ancora una volta il mondo alla propria volontà quando la crisi energetica minaccia la sopravvivenza della sua città-stato. Il suo scopo è quello di riattivare un sistema orbitale in grado di sfruttare l’energia solare e per farlo rapisce Lana, la nipote dell’ultimo scienziato capace di riattivare la stazione spaziale: il dottor Rao. La ragazza riesce a fuggire, si rifugia sull’Isola Perduta ed ecco che incontra Conan, un coetaneo che vive lì con il nonno.

Conan, il ragazzo del futuro

La storia si ispira all’omonimo romanzo di Alexander Key e mostra un Conan che incarna perfettamente il prototipo di uomo a suo agio con gli istinti primari: istinto, empatia, curiosità e grande forza fisica. Non conosce la violenza come linguaggio politico e non ha volontà belliche ed è qui che si inserisce perfettamente Lana, poiché grazie alla sua profonda sensibilità riesce a costruire un ponte tra i due universi apparentemente inavvicinabili. Il loro incontro apre alla possibilità di immaginare un futuro alternativo, fondato su presupposti radicalmente diversi.

Da questo momento il racconto si allontana progressivamente dalla distopia più cupa per assumere una dimensione più umana e, in alcuni passaggi, apertamente formativa in ambito soprattutto ecologista. La natura diviene forza attiva che governa tutta la storia a tal punto da diventare un termine di paragone costante per determinare le scelte dell’uomo. Anche visivamente l’ambientazione cambia, con spazi aperti, colori caldi e grande vitalità in contrapposizione alla rigidità cromatica e alla desolazione del mondo industriale. Come nel mito della fenice, la distruzione diventa rinascita.

Conclusioni

Ecco perché la riproposizione e il rimontaggio cinematografico degli episodi finali di Conan, il ragazzo del futuro presentato in questi giorni difficilmente può essere considerata un’operazione priva di una precisa logica narrativa. L’epilogo della serie, infatti, rende espliciti e dipana tutti i nodi tematici disseminati lungo il racconto e per di più mostra tutti i capisaldi della narrazione futura di Miyazaki. L’energia che aveva distrutto il mondo può diventare strumento di salvezza se gestita con logica e visione collettiva, ma entrano in gioco anche il disprezzo per la tirannia, per la violenza e per il rapporto morboso con la tecnologia.

Conan, il ragazzo del futuro

Quest’ultimo aspetto non porta a una negazione totale, è impossibile non considerare gli aspetti positivi del progresso, tuttavia viene osservata la sua integrazione in un contesto più umanistico dove lo sviluppo si orienta alla tutela dell’ecosistema. È in questo equilibrio che, a distanza di quasi cinquant’anni, il racconto continua a mantenere una forza espressiva sorprendente. Siamo nel bel mezzo di crisi ambientali e geopolitiche enormi, tra disuguaglianze sociali e rischi giornalieri di nuove guerre. I dubbi sul futuro sono perenni, così come le risposte. Resta allora da chiedersi se la visione dell’epilogo di questo capolavoro possa ancora stimolare una riflessione attiva comprendendo come anche i semplici gesti possano proteggere il mondo in cui viviamo.