Le Magical Girl di Gust tornano con una raccolta completa che celebra la serie di BLUE REFLECTION.
Quando si pensa a Koei Tecmo vengono subito in mente i giochi del Team Ninja, Dynasty Warriors o i vari capitoli della serie di Atelier. C’è però un’altra serie, un po’ meno conosciuta, che nel corso degli anni, partendo da un timido primo episodio, si è costruita una sua identità e una propria player base, tanto da espandersi e abbracciare la via della crossmedialità, con una serie animata dedicata. Stiamo parlando della serie di BLUE REFLECTION.
Dopo un primo gioco uscito nel lontano 2017, che ha gettato le basi di questo JRPG che strizzava l’occhio agli amanti del genere “majokko”, questa nuova serie di Gust è cresciuta accogliendo prima un secondo capitolo che “correggeva” i difetti del primo, migliorandone l’esperienza, oltre a un capitolo mobile con dinamiche da “gatcha” e una serie animata, che proponevano nuove storie ed espandevano così l’universo di BLUE REFLECTION. In attesa di sapere se la serie riceverà mai un terzo capitolo, Koei Tecmo e Gust ripropongono in una nuova raccolta tutti i giochi usciti, facendo una sorta di operazione in stile Square Enix, sulla scia di Octopath Traveler 0 o dell’imminente Final Fantasy Resonance, ripacchettizzando il gioco mobile come esperienza completa, scremata dalle microtransazioni, e rielaborando l’anime come una visual novel interattiva.
Il risultato? Continuate a leggere la nostra recensione di BLUE REFLECTION Quartet, la raccolta che accoglie al suo interno i due giochi principali usciti su console, l’anime BLUE REFLECTION Ray e il gioco mobile BLUE REFLECTION Sun, il tutto disponibile su PlayStation 5, Nintendo Switch, Nintendo Switch 2 e PC.
Versione Testata: Nintendo Switch 2
C’è da dire che il fascino di BLUE REFLECTION ruota tutto intorno alla figura delle magical girl. Il genere delle majokko prese piede negli anni ’80 con la wave dello studio Pierrot, responsabile di aver dato vita alle avventure dell’Incantevole Creamy, Magica Emi ed Evelyn, per poi esplodere come fenomeno mondiale negli anni ’90 con l’arrivo di Sailor Moon, diventandone l’emblema generazionale. Con il passare del tempo, però, il genere ha smesso di avere la sua rilevanza, proponendo sempre meno esponenti, fino ad arrivare a una sorta di rivoluzione attuata da Puella Magi Madoka Magica, che ne scardinò le basi, rivoluzionandone la formula e la percezione presso il grande pubblico.
In ambito gaming sono veramente poche le incursioni del genere majokko, tanto che, se escludiamo i prodotti realizzati su licenza, è possibile tenerne il conto sulle dita di una mano. Ed è per questo che BLUE REFLECTION rappresenta un capitolo importante per chi cerca un’esperienza che si avvicini a quella degli anime e dei manga dedicati alle magical girl, trovandone una delle rappresentazioni migliori e più funzionali e, cosa più importante, sorretta da una struttura ludica non così secondaria come ci si aspetterebbe.
Il primo BLUE REFLECTION racconta le avventure di Hinako, una ragazza dal passato non troppo felice che, a causa di un incidente, ha dovuto rinunciare al sogno di diventare una ballerina professionista. L’incontro con due misteriose ragazze, sue compagne di scuola, Yuzu e Lime, cambierà per sempre la sua vita, facendole scoprire di avere dei poteri speciali che le permettono di diventare una Reflector e fermare così l’avanzata di alcune misteriose creature chiamate Sephira, che minacciano la pace delle persone. Attratta dalla possibilità di riottenere la sua normale mobilità sconfiggendo tutti i Sephira e ottenendo in cambio il proprio desiderio, Hinako si butta in questa inattesa avventura.
BLUE REFLECTION si struttura quindi a metà strada fra il classico JRPG a turni e una visual novel, in base al tipo di fase che andremo ad affrontare. Fuori dal combattimento, il sapore è quello di uno slice-of-life scolastico, dove Hinako dovrà darsi da fare per aiutare le sue compagne di scuola con tutti i problemi che li affliggono, affrontando tematiche come il bullismo, la fiducia in sé stessi e l’amicizia, con una formula che ricorda gli aspetti sociali dei vari Persona, nei quali dovremo dedicare del tempo ai nostri amici per approfondire e migliorare i rapporti.
Quando ci verrà chiesto di entrare invece nel Common, che altro non è che la rappresentazione fisica dei sentimenti delle persone, alla stregua dei Palace di Persona 5 per intendersi, ci troviamo di fronte al classico sistema di combattimento a turni, dove dovremo controllare le nostre ragazze magiche durante le battaglie contro i Sephira, sfruttando attacchi base, incantesimi o il potente Overdrive, che coinvolge tutti e tre i membri del party in un attacco devastante. Avanzando nel gioco si aggiungeranno poi altri elementi di gameplay, alcuni volti a modificare la timeline degli scontri, altri che coinvolgeranno attacchi assist così da potenziare il danno inflitto.
Nel grande schema delle cose, però, proprio questo primo capitolo mostra un certo sbilanciamento sulle battaglie, relegandole a una sorta di aspetto secondario rispetto al resto dell’avventura. Vuoi un po’ per la semplicità del combat system, vuoi per il maggior focus sugli aspetti narrativi e sociali, che puntano a una maggiore empatizzazione del giocatore con le protagoniste. In generale, però, al netto di tutti i suoi difetti più o meno piccoli, BLUE REFLECTION ha trovato il suo posto e la sua nicchia di fan, grazie soprattutto allo stile e a questa sua attenzione nel riproporre in chiave giocabile l’essenza del genere majokko. Abbiamo quindi le tipiche trasformazioni delle protagoniste, che da semplici scolarette diventano magiche guerriere, con tanto di animazione dedicata alla Sailor Moon, la dualità della protagonista, che si trova combattuta tra questi nuovi panni e la sua identità da ragazza tormentata e fragile, e tutti quegli elementi che caratterizzano questo genere.
Anche graficamente, per quanto il titolo fosse già piuttosto limitato al lancio, segno di un progetto secondario tirato su fra un Atelier e l’altro, mostrava una sua identità ben delineata, dove la parte più riuscita era appunto quella ambientata nella scuola e nelle attività scolastiche, che mettevano in risalto lo stile illustrativo di Kishida Mel, esaltandone una direzione artistica quasi onirica e un tratto delicato.
Da questo punto di vista, BLUE REFLECTION Second Light metteva in atto il suo essere un secondo capitolo, andando a migliorare tutti gli aspetti critici del primo gioco e confezionando quello che possiamo ritenere un capitolo abbastanza fondamentale per chi non solo cerca un videogioco sul tema majokko, ma in generale un’autentica esperienza giapponese.
La storia propone un nuovo gruppo di ragazze, pur mantenendo diversi punti di contatto con il suo prequel, e vede Ao Hoshizaki rimanere intrappolata all’interno di una scuola circondata dal mare insieme ad altre studentesse. Private dei loro ricordi, dovranno collaborare per scoprire le ragioni che le hanno condotte lì. Rispetto a BLUE REFLECTION, Second Light mette in scena una storia che si arricchisce di mistero, mantenendo però salde le varie tematiche viste precedentemente e le solite atmosfere da slice-of-life.
Anche a livello di gameplay troviamo un forte stravolgimento, a partire da un sistema di lotta che si svincola dalle costrizioni del turno classico, abbracciando una formula più ibrida a metà strada con il combattimento in tempo reale, con una nuova timeline che determina la possibilità di eseguire i propri attacchi. Anche la qualità generale migliora, offrendo più varietà di attacchi eseguibili, con tanto di trasformazione attivabile durante lo scontro, stratificandone così la varietà situazionale.
Qui diciamo addio ai Common, in favore di nuovi dungeon che, pur non brillando ancora, risultano un po’ più vari e meno anonimi di quelli visti nel primo gioco, dando un maggior senso all’esplorazione. Negli aspetti gestionali, invece, troviamo una nuova modalità di crafting degli oggetti, probabilmente influenzata dalla serie di Atelier. Questa attività ci sarà utile nella creazione di nuovi item dedicati alla cura o al supporto, mentre fa il suo debutto anche una sorta di modalità gestionale della scuola, che ci permette di sviluppare nuove strutture utili nel corso della storia e nelle nostre attività di guerriere.
Una delle critiche più grosse del primo BLUE REFLECTION era rivolta alla sua facilità e al livello di sfida praticamente inesistente. Pur non stravolgendo il tutto, sono presenti nuovi livelli di difficoltà, con tanto di nuova modalità chiamata Must Die, ottenibile una volta completato il gioco. A conti fatti, anche aumentando la difficoltà, il gioco resta abbastanza accessibile, mettendo in evidenza come la difficoltà non rientri fra le sue caratteristiche peculiari. Second Light è una netta evoluzione rispetto al primo gioco e, nel poker di Gust, è il titolo migliore dell’intera raccolta, che insieme all’originale merita di essere giocato.
Dove invece questa collezione inizia a scricchiolare è con BLUE REFLECTION Ray.
Come abbiamo già detto, si tratta di una versione ripensata dell’anime in chiave giocabile, che lo allinea agli altri videogiochi della serie. In questa operazione, però, si è venuta a creare una sorta di confusione narrativa. Gli eventi dell’anime vengono stravolti nel racconto, rendendo difficile, a chi non ha avuto modo di seguire l’anime stesso, rimettere insieme i pezzi e cercare di capirci qualcosa. Anche l’interazione è limitata all’essenziale, così come le fasi esplorative si limitano al semplice girovagare nei Common alla ricerca di memorie che possano triggerare il prossimo evento.
Ci si trova quindi in una situazione in cui sarebbe stato più piacevole ricevere l’anime nella sua interezza piuttosto che una sua versione storpiata, rendendo quest’ultima il modo peggiore per avvicinarsi al racconto dell’anime per come era stato pensato e proposto inizialmente.
Chiude questa raccolta BLUE REFLECTION Sun, che rielabora il gioco mobile uscito solamente in Giappone. L’opera di riadattamento è stata abbastanza massiccia da ripacchettizzare il gioco come un’esperienza single player vicina agli altri capitoli della serie, eliminando tutta la struttura da gatcha, la monetizzazione e quei paletti temporali dettati appunto dalla sua natura mobile. Quello che ne esce fuori è un titolo che fa da seguito al primo gioco, ambientandosi temporalmente subito dopo la battaglia finale, i cui eventi portano alla comparsa di alcune ceneri che, scese dal cielo, trasformano chi ne entra in contatto in terribili creature chiamate Testa. Le Reflector tornano di nuovo in azione per combattere con i loro poteri queste nuove creature e, questa volta, impersoneremo un protagonista maschile che, facendo del sano mansplaining, gestirà la sua squadra di Reflector nel compito di contrastare questa nuova minaccia.
Qui la divisione fra le attività gestionali e il combattimento è più netta, segno di una natura mobile che, nonostante i vari aggiustamenti, riemerge a galla. Nonostante questo, però, la storia ha dei buoni spunti ed è forse l’elemento più funzionale di tutto il gioco. Per il resto, Gust ha operato un taglia e cuci sfruttando gli asset di Second Light per dare vita a questa nuova visione, allontanandosi così dalla formula originale, di cui rimangono giusto alcune idee. Forse un approccio un po’ più conservativo alla Octopath Traveler 0 avrebbe consentito di sperimentare il gioco in una forma più vicina a quello che era su smartphone, ma al tempo stesso questo adattamento lo rende sicuramente meno vincolato a quei limiti da “gioco per cellulare”, finendo però per scontentare sia l’una che l’altra campana.
Abbiamo visto i contenuti di BLUE REFLECTION Quartet ed è giusto spendere anche due parole sulle novità introdotte con l’arrivo di questa collection, a partire da una revisione grafica che aggiorna i vari titoli, soprattutto il primo capitolo, migliorandone texture e risoluzione, così come alcuni modelli, la resa dell’acqua e l’illuminazione. Sono state aggiunte poi opzioni per velocizzare i giochi, sia nell’esplorazione che durante i combattimenti, rendendo soprattutto le battaglie più reattive e meno pesanti. Diamo anche il benvenuto alla nuova funzione di autosave, che entrerà in azione in diversi momenti chiave, dandoci più libertà su quando sospendere il gioco.
Nell’hub principale della raccolta, dal quale è possibile accedere singolarmente a uno dei quattro giochi presenti, è disponibile l’opzione Reference. Questo menù accoglie al suo interno una sezione prevalentemente enciclopedica, dove vengono raccolte tutte le informazioni sui personaggi e i protagonisti, evidenziandone i rapporti e i vari collegamenti. Ancora più interessante è il World Chart, una timeline nella quale sono indicati tutti i maggiori eventi dei vari giochi, donando loro anche una collocazione temporale e consentendo così, anche a chi non conosce bene la serie, di avere una visione più completa durante le proprie partite. Ci sono poi altre due voci un po’ più classiche. La prima è quella del glossario, nel quale sono disponibili tutti i termini più particolari usati nei giochi, seguiti dalla loro descrizione o spiegazione del significato, così come una ricca galleria che ospita varie illustrazioni.
Come nell’originale uscito nel 2017, anche i vari giochi che compongono la raccolta sono disponibili solamente in lingua inglese, un limite che, vista la natura da visual novel che ha il sopravvento sul resto, si fa sentire soprattutto per la grande quantità di testi e per la necessità di avere una buona comprensione della lingua.
BLUE REFLECTION Quartet viene proposto al prezzo di 49.99€, una cifra tutto sommato in linea con il materiale disponibile e con il tipo di operazione di restauro, ma che sarebbe stata più a fuoco a 10 euro meno, considerando che il grosso del pacchetto, e la parte più interessante a nostro avviso, restano i due capitoli principali.
BLUE REFLECTION Quartet è la collection definitiva dei giochi della serie BLUE REFLECTION ed è il modo migliore per avvicinarsi alla serie, se ancora non lo avete fatto e cercate un gioco che tratti del genere majokko. Presa in quest’ottica, BLUE REFLECTION è una serie che saprà ricompensarvi con un sacco di soddisfazioni e tanti bei momenti in compagnia di un gruppo di fantastiche magical girl. Fuori da quella bolla troviamo invece una collection un po’ traballante, dove, al netto della bontà dei due giochi principali, con il secondo capitolo che ruba tutta la scena, abbiamo una versione ripacchettizzata del gioco mobile che perde in toto, o quasi, i legami con il suo lineage gatcha e una discutibile reinterpretazione dell’anime, che si impegna a rendere tutto più confusionario.
