Pensiero estemporaneo su Sir Ian McKellen

Succede spesso di incolpare l’anno 2020 per ogni disgrazia recente. Abbiamo investito questo ciclo intorno al Sole dei titoli tanto di ‘villain’, quanto naturalmente di ‘meme’.
Questo gioco a trovare un colpevole che rapidamente potesse addossarsi ogni colpa, dal Covid ai fatali incidenti in elicottero, sembra quasi concedere a tale entità la capacità di produrre ulteriori disgrazie nei pochi mesi che rimangono. Un po’ a dire “Hai fatto trenta, ma sono convinto tu possa ancora fare trentuno..”

 

In meno di 365 giorni siamo stati costretti tener conto delle migliaia e migliaia di vittime causate da una delle pandemie più gravi dell’epoca contemporanea.
Brutto da dire, ma incontestabile, è che agli occhi della collettività pesino molto di più i decessi di persone famose, piuttosto che i singoli civili sconosciuti ai più.
E ciò che ho appena detto non riguarda assolutamente le ragioni della morte, anzi. Quando Kobe Bryant scompare in una tragedia imprevedibile, o Sean Connery con Poietti ci lasciano per cause naturali sconnesse al Covid-19, non possiamo fare a meno di cercare un responsabile a cui addossare i gravami della nostra tristezza. E se l’unico dettaglio in comune a queste notizie è la data riportata, non resta altro che puntare il dito contro un concetto. Un lasso di tempo arbitrariamente stabilito dagli stessi umani.

Sciocco, illogico e assolutamente non grave. E, come dicevo prima, la domanda “Chi sarà il prossimo?” sorge maliziosamente e comicamente nella mente di molti. E nella mia.

Onde evitare che questo articoletto venga percepito come una gufata o una battuta di cattivo gusto, mi piacerebbe riassumere i pochi passaggi che hanno ispirato il mio pensiero.

È normale che chiunque abbia uno specifico rapporto personale con le figure pubbliche. Alla notizia della morte di Sean Connery non ho provato particolare tristezza. Una sana dose di dispiacere, per carità, ma non ho sentito nulla smuoversi dentro di me, laddove risiedeva un qualche particolare ricordo legato a questo celeberrimo attore. Questo finchè non mi è risuonata nella mente la famosa frase “Oculi de vitro cum capsula”, pronunciata proprio da Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville ne Il Nome della Rosa.
Ho sempre amato quella storia, e fin da ragazzino adoravo quel film. Cinque parole in latino che mi sono da sempre rimaste scolpite nel cervello e che riaffiorano scherzose ogni volta che devo dire “occhiali”.
Quello era il mio vero legame con Sean Connery, e quello mi ha finalmente fatto commuovere.

Capita troppo spesso di accorgersi solo alla scomparsa di qualcuno, quanto quel qualcuno ti avesse aiutato a crescere e a diventare il crogiolo di passioni e interessi che sei oggi.

Quindi, rispondendo alla terribile questione “Chi sarà la prossima vittima del 2020?”, mi sono dato svariate risposte. E una di queste mi ha gettato nel più profondo sconforto: Ian McKellen.

Di nuovo, non vuole essere una gufata, e francamente, da assolutamente non scaramantico, me ne faccio una ragione se volete vederla come tale. E ci mancherebbe altro. Figuratevi se spero nella morte di quello che ritengo essere il miglior attore in circolazione al mondo.

Da qui la voglia di scrivere qualche parola. Non voglio trovarmi nella corsa alle lacrime di coccodrillo quando dovesse arrivare il giorno funesto.
No.
Voglio scrivere ora e subito un omaggio a chi potrebbe anche solo lontanamente avere ancora la possibilità di leggerlo, anche non dovesse accadere mai.

Il discorso che segue sarà, e deve essere, sconnesso e incompleto. È scritto di getto, con le stesse parole che userei se dovessi convincere qualcuno ad apprezzare questo artista nel minor tempo possibile.

 

Sono nato all’inizio degli anni ’90. Al tempo Sir Ian era già un attore già affermato. Ma per quelli delle generazioni intorno e successive alla mia, questo straordinario interprete sarà per sempre l’insostituibile volto (e voce) di Gandalf e di Magneto.
Non voglio perder tempo a indagare le qualità tecniche della sua recitazione, ciò che mi preme sottolineare qui è la principale ragione legata a questi film che mi infonde un affetto incalcolabile nei suoi confronti.
Non deve essere stato particolarmente complesso accettare il ruolo dello stregone grigio/bianco. In fondo la produzione prometteva bene, la fonte originale della sceneggiatura era un cult già da tempo e al suo fianco avrebbe trovato colossi come Christopher Lee.
Più complicato, invece, lasciarsi convincere a vestire i panni di un super cattivo dei fumetti. Sir Ian ammette di non aver mai approfondito particolarmente la lettura dei Comics americani, e di aver sentito parlare nei dettagli degli X-Men solo in sede di prima lettura dello script.
Chiunque accetterebbe di essere Spider-man, anche solo per il gusto di vedersi in tutina a fare acrobazie tra i grattacieli. Ma l’adrenalina e l’appeal estetico del personaggio non sono assolutamente sufficienti per un artista che voglia interpretare, più che recitare, un personaggio. Per una persona che ami ciò che fa, è il significato umano e sociale che comporta, quello che conta.
Ian McKellen accettò di essere il potente Magneto quando, leggendone le origini, si accorse che la ghettizzazione e il razzismo che ne fecero sgorgare poteri e malvagità fin da bambino, erano in fondo molto simili a questioni a lui contemporanee. Lui stesso, apertamente omosessuale, racconta spesso delle difficoltà affrontate nell’emergere in un mondo non ancora pronto all’accettazione.
Questioni razziali, omofobia, rotture tra le classi sociali, sono tutte valide ragioni contemporanee per spingere all’odio reciproco. Si odia per un presupposto, e si viene odiati per ovvio riflesso.
Magneto è il volto del sottomesso che ne ha avuto abbastanza. Che non fugge più. Che attacca per una vendetta vestita da giustizia.
Ian McKellen voleva raccontare questo. Il fatto di poter piegare ponti con un cenno della mano era solo il contorno.

Se c’è una storia, in senso molto lato, che da tempo ormai colloco alla prima posizione tra le mie preferite, quella è Macbeth.
Non esiste interprete in vita (e azzardo a dire anche non) che abbia saputo meglio capire e incarnare ogni più profondo significato del testo scritto da Shakespeare.
Ian McKellen, affiancato solo da Dame Judy Dench, ha regalato al mondo un Macbeth teatrale francamente perfetto. E ne ha parlato. Ha tenuto corsi, ha spiegato Shakespeare a giovani attori o semplici amanti del teatro.
Voglio lasciare in questo articolo il richiamo a un video di una decina di minuti.

Non mi annoio mai di guardarlo e riguardarlo.

È un rapido estratto di una lezione tenuta da Sir Ian proprio in merito al più bel monologo all’interno di Macbeth.

Vi prego di guardarlo con attenzione. Di osservare l’amore incondizionato che l’attore prova per il soggetto e dell’assoluto asservimento del suo talento in funzione del personaggio.
Ian McKellen non fa Macbeth. Ian McKellen è Macbeth. E non la versione di sua interpretazione, ma il risultato di uno studio sui vocaboli, sui tempi, sulla punteggiatura capace di dare vita a un dialogo indifferente allo spazio e al tempo. Un dialogo tra l’attore e il suo regista, Shakespeare.
Ian McKellen non legge le sceneggiature in quanto testi.
Ian McKellen cerca di intuire le intenzioni di chi abbia scritto quelle parole, scelto quei sinonimi o stabilito quel ritmo.

Questo non lo rende un recitante qualunque che studia la parte a memoria e sa fare qualche credibile espressione del volto.
Lo rende un veicolo del teatro. Un corpo di talento asservito alla volontà dell’artista originale.

E Ian McKellen ama farlo per se stesso, per l’autore e per il pubblico. Non dimentica di divulgare, sempre con il sorriso, l’importanza del teatro e di ogni altra espressione artistica.

Ian McKellen è amore per la comunicazione, la dimostrazione dell’esistenza di un linguaggio umano indifferente al passaggio del tempo. 

Detto tutto questo, un giorno verrà a mancare. Sarà il giorno in cui il già fragile corpo del teatro subirà una grave mutilazione.

Almeno non dovrò spiegarmi quando mi verrà da piangere.

Almeno non sarò vestito da stregone davanti a un greenscreen.