Stupid Never Dies – La Recensione

Per battere i mostri, devi diventare uno di loro, in Stupid Never Dies!

Dobbiamo essere sinceri. Al suo annuncio durante lo scorso evento dei The Game Awards, Stupid Never Dies ha catturato da subito la nostra attenzione. Non tanto per il gioco in sé, di cui si vedeva ben poco nel trailer, quanto per l’atmosfera generale, che ci aveva portato a pensare, in un primo momento, che si trattasse di qualcosa di nuovo partorito dalla mente di Suda51, vista l’assurdità delle idee proposte.

In realtà, indagando meglio, abbiamo scoperto che Stupid Never Dies è l’opera prima dello studio GPTRACK50, che, nonostante sia di recente formazione, ospita al suo interno diversi veterani dell’industria giapponese, molti dei quali provenienti da svariate divisioni dei team di Capcom.

A distanza di dieci mesi da quell’annuncio, il prossimo 21 ottobre Stupid Never Dies farà il suo grande debutto su PlayStation 5 e PC, e noi, dopo aver passato diverse ore fra zombie e creature mostruose, siamo qui per parlarvene nella nostra recensione.

Versione testata: PlayStation 5

No, Stupid Never Dies non è il solito gioco di zombie, per quanto il protagonista lo sia e il mondo ne sia invaso. Davy è un giovane zombie, un non morto dalla vita semplice che vaga per il mondo alla ricerca di qualcosa da mangiare. Un giorno, però, mentre sta rovistando nella dispensa di un centro commerciale, trova una ragazza congelata all’interno di una cella frigorifera e, in quell’esatto momento, la scintilla dell’amore si accende. Davy decide quindi di trovare un modo per risvegliare la ragazza, ma non sa che di lì a poco si troverà invischiato fino al collo in una missione suicida per salvare il mondo. Infatti, la Terra è stata sconvolta da un evento apocalittico che ha portato alla morte e alla successiva trasformazione in zombie dell’intera popolazione.

Tutto è cominciato quando una malvagia creatura, il Kom, è uscita dal dungeon sotterraneo in cui viveva e ha portato in superficie il suo esercito di mostri, conquistando il controllo totale del pianeta. A fornirci tutte queste informazioni sarà il Dr. Frank, uno strampalato scienziato per metà robotico, che entra in scena dopo che Davy ha mangiato il suo prezioso uovo di fenice dai poteri misteriosi. È proprio questo evento a trasformare il protagonista in un potente guerriero zombie, in grado di assorbire i poteri degli altri mostri semplicemente mangiandoli. Forti delle nuove abilità, ci addentreremo quindi all’interno del dungeon in cui vive il Kom, con l’intento di assorbirne i poteri grazie ai quali risvegliare la nostra ragazza congelata.

Stupid Never Dies è una sorta di Romeo e Giulietta 3.0 in chiave post-punk, un racconto dell’assurdo in cui nulla sembra avere senso, ma che riesce comunque a trovare una logica tutta sua. In un certo modo, questo ci riporta alle sensazioni suscitate dal trailer di presentazione e rende il gioco un vero e proprio “Suda-like”, capace di riproporre gli eccessi tipici del celebre autore tanto nella storia e nei suoi risvolti quanto nel gameplay e nella sua evoluzione.

Una cosa che abbiamo apprezzato particolarmente della storia è la caratterizzazione dei suoi personaggi. Davy è un protagonista tendenzialmente demotivato e sfaticato, ma vede in July, la ragazza congelata, un obiettivo che lo sprona a migliorarsi pur di poterla risvegliare e vivere con lei tutti i giorni della sua vita. Al tempo stesso, anche gli altri comprimari riescono a ritagliarsi un loro spazio all’interno del racconto, come il Dr. Frank, uno scienziato pazzo il cui rapporto ricorda molto da vicino quello tra Doc Brown e Marty McFly. Ma ad aiutarci nella nostra missione ci saranno anche Acelino, un tenerissimo chihuahua mannaro che ci fornirà supporto tecnico con i suoi impianti robotici, Bessie, una zombie che gestisce un fast food alquanto particolare, e Goyle, una statua di gargoyle dalla memoria corta che ci farà da guida all’interno dei vari piani del dungeon.
Nel corso del gioco altri alleati entreranno a far parte del nostro gruppo di eroi improvvisati e, man mano che ci addentreremo nelle profondità del dungeon, conosceremo i vari scagnozzi del Kom. In generale, l’universo narrativo di Stupid Never Dies ha carattere e questa forza distintiva è il motore di tutta l’avventura che ci accompagnerà per tutto il tempo, riuscendo a non risultare mai noiosa o banale. E non è una cosa da poco.

stupid never dies

Giocandoci, ci ha trasportato in quel mood da action adventure scanzonato e un po’ trash di cui autori come il già citato Goichi Suda sono i portabandiera, ritrovando in questa produzione elementi caratteristici tipici di perle come Lollipop Chainsaw, Shadows of the Damned o, guardando fuori da quell’orticello, Dead Rising. Giochi in cui l’umorismo e l’esagerazione vengono esasperati, dove il racconto è volutamente da “B-movie” e il citazionismo selvaggio è sempre dietro l’angolo. E Stupid Never Dies riesce a fare tutto questo ottimamente, supportato sia da un buon gameplay sia da un loop che cattura il giocatore e ne scandisce la progressione all’interno del gioco, fino ai titoli di coda.

Di base, Stupid Never Dies è un action hack’n’slash abbastanza semplice nelle sue dinamiche di combattimento. In qualità di zombie, Davy può fare affidamento principalmente su una sola tipologia di attacco per fronteggiare l’esercito di mostri del Kom. Niente combo, solo qualche attacco in rapida successione. La particolarità sta nella nuova abilità ottenuta nutrendosi dell’uovo della fenice, il Mangia Stili, che permette di assorbire il nucleo di alcuni nemici e di trasformarsi momentaneamente in loro, guadagnandone il moveset e tutte le abilità. Trasformandosi in un lupo mannaro guadagneremo velocità nei movimenti e negli attacchi, mentre con l’arpia avremo la possibilità di alzarci in volo e attaccare dalla lunga distanza. Ci sono poi mostri come il Ciclope e il Golem che, rinunciando alla mobilità, ottengono in cambio una potenza d’attacco fuori scala. Nel gioco sarà possibile assimilare il potere di una decina di mostri, così da alternare diversi stili di combattimento e diversificare il più possibile le mosse, con tanto di varianti di abilità all’interno di uno stesso gruppo di mostri. Ma non finisce qui, perché il gioco, con costanza certosina, introduce continuamente nuove meccaniche, quasi fino ai titoli di coda, che si stratificano sulle precedenti, creando un sistema di gioco complesso e ben articolato.

Per esempio, Davy non può limitarsi a parare un attacco in arrivo. Il blocco, qui chiamato Parata Stupida, funziona piuttosto come un parry da eseguire poco prima dell’impatto, attivando una sorta di super armor che assorbe parte dei danni. Questi possono poi essere recuperati nel tempo, per esempio mordendo un nemico. Se eseguita con il giusto tempismo durante attacchi ben più potenti, evidenziati da un lampeggio giallo, la Parata Stupida potrà non solo annullare il danno in arrivo, ma anche sbilanciare il nemico per qualche secondo, dandoci un’apertura per iniziare un contrattacco. La Parata Stupida può essere utilizzata anche come manovra evasiva grazie al piccolo scatto che accompagna l’animazione, andando così a colmare l’assenza di una schivata dedicata. A tutto questo si sommano le abilità che Davy può equipaggiare e quelle rapide, acquisite assimilando il nucleo di un nemico e utilizzabili una sola volta, così come i vantaggi dell‘OmniTecnologia. Si tratta di una tecnologia del dungeon che, se innestata negli arti di Davy, non solo gli conferisce maggiore potere d’attacco, ma ne attiva anche nuove abilità, passive e non, che si ricaricano nel tempo e permettono di sfruttare ulteriori attacchi con tempo di recupero.

E vi ricordate di Bessie, che gestisce il fast food? Beh, anche lei avrà un ruolo chiave nel potenziamento di Davy, permettendoci di sbloccare e potenziare gli Scontrini, ovvero potenziamenti temporanei e casuali che potremo scegliere fra tre opzioni ed equipaggiare nei vari aumenti di livello. Non solo salire di livello comporta un incremento delle statistiche base di attacco e difesa, ma, in una logica del tutto roguelite, potremo scegliere un nuovo Scontrino che andrà a migliorare uno degli aspetti parametrici di Davy, siano questi legati all’attacco, alla resistenza o all’OmniTecnologia.
Gli Scontrini attiveranno anche abilità extra o buff al personaggio, determinandone quindi la crescita. La scelta degli Scontrini è abbastanza decisiva, specie nelle fasi avanzate del gioco, dove anche un singolo potenziamento può fare realmente la differenza. Il ruolo di Bessie, quindi, non si concentra solo sullo sblocco di nuovi Scontrini sempre più potenti, ma anche sul potenziamento di quelli in nostro possesso, così da aumentarne i benefici a ogni attivazione.

Ci sono poi tutta una serie di potenziamenti permanenti legati al personaggio di Davy. I primi riguardano i miglioramenti dell’Impulso, una modalità “berserker” attivabile ogni volta che il relativo indicatore si riempie e che ci permette di scatenare tutta la nostra potenza contro i nemici, limitando i rischi di una sconfitta. Gli altri, invece, abbracciano aspetti più generali del gioco, come la durata all’interno di un dungeon, un maggior recupero di salute durante i morsi o l’ottenimento di più Energia OT, la moneta utilizzata in gioco per eseguire i vari potenziamenti. Questa è solo una parte delle attività disponibili alla base, dove nuovi ingressi nel team sbloccheranno ulteriori negozi e servizi, utili a rendere meno faticose le successive esplorazioni.

Sì, perché, per quanto semplice nelle idee, Stupid Never Dies è un gioco che richiede al giocatore un minimo di impegno e di applicazione per poter essere completato, con un livello di sfida che sa inserire i giusti paletti ad ogni progressione della storia. A ogni discesa partiremo dal livello 1 per addentrarci sempre più in profondità, fino a raggiungere il piano del boss, solitamente il nostro obiettivo. Avremo a disposizione un timer che, come abbiamo visto, può essere esteso attraverso i vari potenziamenti. Una volta esaurito, inizieremo a subire gli effetti indesiderati del dungeon, con un rapido calo della salute e un peggioramento della visuale periferica, fino ad arrivare al game over. Se riusciamo ad arrivare al boss e a sconfiggerlo, torneremo alla base con tutto il bottino accumulato, da reinvestire nei vari potenziamenti prima di tornare prontamente in azione. In caso contrario, conserveremo solo una piccola parte del bottino, perdendo tutto il resto e dovendo ripetere la discesa.

I dungeon sono strutturati come lunghi corridoi. In ogni area dobbiamo sconfiggere i nemici per aprire il portale che conduce a quella successiva. Ogni piano ha un tema specifico, con caratteristiche uniche che influiscono sull’esplorazione. Nel livello di Roma Incandescente, per esempio, la lava che fuoriesce dal suolo può ustionare chiunque entri in contatto con essa, mentre in quello dei Vichinghi del Nord il freddo estremo rischia di congelare Davy.

Qui il gioco mostra due facce della stessa medaglia. Da un lato c’è il ritmo naturale della progressione, che ci spinge ad affrontare un piano dopo l’altro per arrivare al boss ben preparati. Procedendo nell’avventura, potremo saltare i livelli già affrontati per spingerci più in profondità, con il rischio, però, che la nostra esperienza non sia sufficiente per affrontare le creature della zona. Ci sono inoltre livelli speciali, ben più difficili del normale, con malus che aumentano notevolmente il livello di sfida.

In questa fase il gioco ci ha ricordato molto le dinamiche del post-game di Splatoon Riders, in cui il giocatore è spinto a proseguire la discesa in un dungeon interminabile e ogni progresso, comprese le sconfitte, diventa uno stimolo per migliorarsi e fare meglio nella run successiva.

D’altro canto, una delle maggiori criticità del gioco è proprio la ripetitività dell’esplorazione, che diventa dopo poco abbastanza noiosa, rendendo quello che ci separa dai boss un processo automatico e privo di stimoli. L’effetto corridoio dei livelli finisce per banalizzare l’esplorazione, riducendola a un semplice percorso da un punto A a un punto B, in una corsa contro il tempo. Non ci sono varianti e, fra un piano e l’altro dello stesso tema estetico, le differenze sono minime, dando la sensazione di riaffrontare fino alla nausea sempre i soliti quattro o cinque livelli. Un paio di ambientazioni provano a diversificare questo sistema. È il caso del livello di Edo Zipangu, ambientato in una sorta di dojo, dove si avanza scegliendo una delle due porte disponibili, ciascuna contrassegnata dai pericoli che ci attendono. Si tratta, però, di una variazione marginale, che da sola non basta a salvare la situazione.

Ed è un peccato, perché per il resto Stupid Never Dies dimostra di avere le carte in regola per essere un action hack’n’slash fresco e divertente, soprattutto dal punto di vista del gameplay, e il sistema di combattimento offre diversi spunti interessanti, nonostante alcune scelte discutibili. Tra queste spicca l’assenza di un lock-on per agganciare i nemici, sostituito da un sistema di puntamento omnidirezionale libero che seleziona gli avversari nelle vicinanze, ma che spesso fa le bizze quando vogliamo attaccare un bersaglio specifico. Per fortuna, gli sviluppatori hanno pensato a un sistema di avvisi visivi per segnalarci i colpi in arrivo fuori schermo, permettendoci di reagire di conseguenza.

E, cosa ancora più paradossale, Stupid Never Dies riesce dove Suda e soci hanno spesso fallito con i loro esperimenti creativi, come dimostrano le prestazioni al lancio di Romeo is a Dead Man, proponendo un titolo che anche sul piano tecnico è più che solido. A rubare la scena è senza dubbio la direzione artistica, che ripropone in salsa videoludica un’estetica horror contaminata dal punk e dall’immaginario dei b-movie da drive-in. Il gioco punta su figure iconiche come lupi mannari, vampiri draculeschi e tutta una serie di mostri resi celebri dal cinema. L’estetica fonde elementi gotici e neo punk nei menu e nelle scene animate, che alternano sequenze realizzate con il motore in game ad altre, decisamente più suggestive e d’effetto, disegnate a mano o create con tecniche artistiche miste. Il risultato è una visione chiara e riconoscibile, pensata per catturare l’attenzione del giocatore. Il design dei personaggi, delle creature e dei boss è altrettanto caratteristico e capace di lasciare subito il segno, soprattutto nel caso delle figure più particolari e curiose, come il chihuahua mannaro.

Nel gioco è presente una selezione tra diverse modalità grafiche, ma quella dedicata alle prestazioni è la scelta consigliata. Questa mantiene il gioco quasi sempre stabile a 60 fps, con una perdita di dettaglio talmente contenuta da rendere poco conveniente il ricorso all’altra modalità.

Per quanto riguarda la realizzazione delle ambientazioni, invece, i sentimenti sono contrastanti. Se da un lato i vari livelli sono ben costruiti e caratterizzati da uno stile cel-shading pittorico che si sposa bene con l’estetica generale del gioco, dall’altro la ripetitività degli scenari finisce per emergere dopo poco, alimentando la sensazione che una volta visto un livello, è come se li si fosse visti tutti. Anche nel post game, quando il gioco vi proporrà di continuare l’avventura attraverso un nuovo dungeon, vi ritroverete ad affrontare le stesse ambientazioni e gli stessi nemici, ancora una volta, senza la minima variante.

Le musiche, a partire dal brano che prende ispirazione dal titolo del gioco, sono un concentrato di punk e metal che fa da sottofondo alle scorribande nei vari livelli del dungeon. Non saranno però presenti per tutta la durata dell’avventura, ma si attiveranno soltanto all’inizio di uno scontro, diventando la colonna sonora delle vostre scazzottate.

Stupid Never Dies è tradotto in un buon italiano, mentre sul fronte del doppiaggio è al momento disponibile soltanto la traccia inglese. Per quanto buona, soprattutto per la performance di Davy, che caratterizza ottimamente il lato sfaticato e disilluso del giovane zombie innamorato, avremmo preferito trovare anche la classica traccia audio giapponese, sicuramente più in linea con la produzione.

Stupid Never Dies è l’underdog di questa stagione autunnale. È un hack’n’slash fresco e ricco di idee ben realizzate, firmato da uno studio che ha ben chiaro come costruire un action di questa portata. Un gioco capace di farvi staccare il cervello e catturarvi con la sua estetica punk e la sua anima volutamente trash. Quello che tradisce però l’opera prima di GPTRACK50 è un level design davvero blando che, nonostante una resa visiva complessivamente piacevole, penalizza la progressione all’interno dei dungeon, rendendola eccessivamente meccanica e ripetitiva. Una nota stonata che, fortunatamente, non rovina l’esperienza complessiva, ma che impedisce a Stupid Never Dies di esprimere tutto il suo potenziale e di diventare uno dei punti di riferimento di questo genere, che potremmo ribattezzare a cuor leggero come un Suda-like.

Stupid Never Dies sarà disponibile dal 21 ottobre su PlayStation 5 e PC.

Stupid Never Dies
Stupid Never Dies – La Recensione
Pro
Sistema di combattimento originale e ben implementato.
Il game loop spinge il giocatore al replay del dungeon.
Stile artistico unico che mescola il punk, gotico e monster universe degli anni '50.
Contro
Level design banale e ripetitivo che ammazza l'esplorazione.
Perché non c'è il doppiaggio giapponese?
Ogni tanto si sente l'assenza del lock-on.
8.3
Voto

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