Directive 8020 è un piccolo passo per l’industria dei videogiochi, ma un grande balzo per Supermassive Games.
Fondata nel 2008 da Pete Samuels, Supermassive Games è una software house che ha sempre dimostrato di avere le idee molto chiare. Dopo un primo periodo in collaborazione con Sony che ha visto il team al lavoro sui DLC di Little Big Planet, Supermassive decide di abbracciare la propria anima oscura. Nel 2015 nasce infatti Until Dawn, opera fortemente ispirata agli slasher americani degli anni Ottanta/Novanta e con un forte piglio cinematografico. Si tratta, infatti, di un titolo nel quale si prendono scelte di trama, si superano dei QTE (Quick-Time Event) e si forgia il proprio destino in base alle proprie azioni. Ogni azione può condurre alla morte di uno o più personaggi e questo, insieme all’ottima regia, contribuisce a rendere famoso il team inglese.
In seguito al successo di Until Dawn, Supermassive Games decide di unire le forze con Bandai Namco. Una mossa che porta alla nascita della The Dark Pictures Anthology, ovvero di una serie di videogiochi, per l’appunto “antologici”, e forti di identità visive completamente differenti. Consci delle possibilità di un prodotto di questo tipo, gli sviluppatori decidono anche di introdurre una modalità multiplayer che permetta agli utenti di scegliere quali personaggi utilizzare e di vivere l’avventura passandosi il controller all’occorrenza. Una scelta che viene apprezzata dal grande pubblico e che permette alla serie, nonostante la qualità altalenante, di ritagliarsi uno spazio nel cuore degli amanti dell’orrore.
Sono ormai passati quattro anni dall’ultimo episodio di questa serie. Da quel The Devil in Me che tanto piacque ai giocatori, ma che fece rendere loro conto di quanto il franchise necessitasse di essere svecchiato. Supermassive Games rielabora quindi i propri piani e si mette al lavoro su Directive 8020, capitolo per le console di attuale generazione che, in teoria, dovrebbe portare una ventata di aria fresca nella saga. Negli scorsi giorni siamo saliti a bordo della Cassiopeia e ci siamo tuffati in direzione di Tau Ceti f per una pericolosa missione spaziale. Ma sarà andato tutto liscio, oppure gli sviluppatori avranno fatto il passo più lungo della gamba? Seguiteci e scopritelo insieme a noi.

NELLO SPAZIO NESSUNO PUÒ SENTIRTI URLARE
Abbandonate la navi infestate, i villaggi stregati, i templi sotterranei e i luoghi di efferati omicidi, i ragazzi di Supermassive Games hanno deciso di portare i videogiocatori nello spazio. Directive 8020 narra l’avventura di un manipolo di astronauti mandati su un pianeta per scoprire se possa rivelarsi una nuova casa per la razza umana. La Terra, infatti, è ormai scossa da terrificanti eventi atmosferici e la situazione è divenuta insostenibile. Grazie agli investimenti economici di potenti multinazionali e al coraggio di poche persone, però, le cose potrebbero prendere una piega differente.
Peccato, però, che l’equipaggio della Cassiopeia si trovi a dover fare i conti con un misterioso parassita alieno. Un parassita non solo letale, ma capace anche di clonare l’aspetto di coloro con i quali entra in contatto. Questo è ovviamente solo l’inizio di una storia che prende “Alien” e lo fonde con “La Cosa”, condendo il tutto con quel pizzico di “Punto di non ritorno” che non fa mai male.
Il risultato finale, però, non è la summa di tutti i pregi di questi grandi capolavori della fantascienza. Directive 8020, infatti, risulta spesso estremamente derivativo, senza avere il coraggio di raccontare qualcosa di nuovo. Si ha costantemente la sensazione di aver già vissuto determinati eventi. Di sapere come si evolveranno le cose. E questo, inevitabilmente, porta a sentirsi meno coinvolti dalla narrazione, che scorre per la maggior parte fluida, ma “monotona”. È altresì vero, però, la seconda metà del racconto presenta un plot twist ben riuscito. Questo permette al titolo di riprendere quota, rendendo l’atto finale godibile e appagante.
Nonostante la natura “horror” della produzione, ammettiamo inoltre di non esserci mai davvero spaventati. A parte qualche jump scare potenziato dall’ottimo audio (ma ne parliamo dopo), la tensione costruita dal team inglese è spesso banale e inconcludente. Banale e inconcludente a tal punto che, in alcune situazioni di evidente tensione, ci siamo trovati a procedere senza nemmeno rallentare la nostra camminata, tanto era ovvio che nulla ci avrebbe potuto far male in quel momento. E quando manca l’ansia di venire uccisi, ecco che crolla tutto il castello di emozioni messo in piedi dagli sviluppatori.
Il difetto maggiore dell’ultima fatica di Supermassive Games non sono, però, l’assenza di idee innovative o la scarsa componente horror, ma la mediocre caratterizzazione dei personaggi. L’intero equipaggio è per la maggior parte del tempo piatto e poco interessante. Un’affermazione valida sia per i personaggi positivi, che per quelli negativi. Non ci si affeziona ai buoni e non si odiano abbastanza i cattivi. Il risultato finale è una storia che intrattiene, ma non emoziona. E visto il potenziale narrativo del succitato plot twist si poteva (e forse “si doveva”) fare di più.
Segnaliamo, infine, che il personaggio del Curatore tanto caro ai fan della serie non ricopre più il ruolo del narratore onnisciente. Si è preferito, infatti, un’impostazione da serie televisiva, con frasi a effetto e titoli di coda al termine di ognuno degli otto episodi che compongono l’avventura. Non temete, però. Supermassive ha pensato a un nuovo modo per inserire il Curatore nel racconto.

LA GIUSTA DIREZIONE?
Il gameplay di Directive 8020 si divide in due tipologie di gioco ben distinte. La prima è quella che abbiamo imparato ad apprezzare nel tempo, fatta di scelte multiple e di QTE. In questo caso gli sviluppatori hanno deciso di introdurre i “Punti di svolta”, ovvero una suddivisione delle scene in pieno stile Detroit: Become Human. Questo permette a tutti coloro che sceglieranno la modalità di gioco “Esploratore” di tornare indietro nel tempo all’occorrenza e di prendere decisioni differenti.
Coloro che sceglieranno, invece, la modalità “Superstite” si troveranno tra le mani la solita esperienza, nella quale ogni decisione modifica definitivamente lo svolgersi degli eventi. Si tratta di una funzione di accessibilità che ci ha convinto e che, senza dubbio, farà la gioia dei completisti e di coloro che si innamoreranno dell’equipaggio della Cassiopeia. Inutile dire che, però, Directive 8020 da il proprio meglio se affrontato come i precedenti capitoli della Dark Picture Anthology.
La seconda tipologia di gioco è fatta di sezioni stealth durante le quali il personaggio di turno deve nascondersi e aggirare le terribile creature aliene. Se inizialmente ci siamo stupiti di questa innovazione voluta da Supermassive Games, è altresì vero che all’ennesima iterazione di questa meccanica ci siamo subito stufati di vederla applicata. Questo perché le sezioni sono quasi tutte uguali tra loro, senza introdurre nuovi elementi di gameplay (se non i vetri che fanno rumore se calpestati) e senza offrire valide sfide sul piano del level design. La sensazione, a un certo punto, è stata quella di trovarci di fronte a un nuovo modo per allungare il brodo. Per incrementare una longevità che, nel nostro caso, ci ha portato a terminare l’avventura in poco più di sette ore di gioco.

TARGET E BILANCIAMENTO
C’è però un altro elemento che vogliamo prendere in considerazione. I precedenti capitoli della serie erano perfetti per una serata in compagnia anche di quegli amici poco avvezzi al lessico dei videogiochi. Dopotutto si doveva esplorare delle aree, prendere decisioni che plasmavano i rapporti tra i personaggi e premere qualche tasto al momento giusto. Nulla di troppo elaborato. Questa nuova iterazione della serie allontana inevitabilmente quel tipo di giocatori, dato che le sezioni stealth (per quanto semplici) complicano la natura del progetto. Le scelte di dialogo sono inoltre presenti in numero inferiore rispetto al passato, rendendo di conseguenza l’esperienza finale più “ludica” che “narrativa”. Un vero peccato.
Ci teniamo, infine, a manifestare un certo disappunto sul bilanciamento tra scelte e QTE. Nel corso della nostra avventura siamo riusciti a far sopravvivere l’intero equipaggio. Una missione portata a termine grazie a scelte di trama ponderate e alla corretta pressione dei QTE. Nella sequenza finale di gioco, però, gli sviluppatori hanno inserito un lungo inseguimento di circa dieci minuti ricco di Quick Time Event più difficili della norma. Se a noi è andato tutto per il meglio, non vorremmo però essere nei panni di coloro che affrontano l’intero viaggio spaziale in modo impeccabile, per poi vedersi uccisi i personaggi nel giro dei dieci minuti finali.
Questa impennata di difficoltà e questo evidente desiderio di “punire” il giocatore che ha condotto tanti superstiti al finale ci è parso un po’ scorretto e potenzialmente frustrante. Magari è un’impressione solo nostra, ma preferiamo mettervi in guardia nel caso decideste di salpare a bordo della Cassiopeia.

QUANDO GRAFICA E TECNICA NON SEGUONO LA STESSA STRADA
E arriviamo, quindi, a parlare del comparto audiovisivo. Sotto questo punto di vista, Directive 8020 è un’opera strana. I modelli dei personaggi sono convincenti e, senza dubbio, è stato fatto un gigantesco passo in avanti rispetto al passato. Ora i personaggi sembrano più vivi e, forti di nuove animazioni, si comportano più come degli esseri umani che come dei robot. Capita ancora che talvolta si lascino andare a espressioni vuote che minano la credibilità della scena, ma senza dubbio meno che in passato. È però il lato artistico ad averci lasciati perplessi.
La fantascienza messa in scena da Supermassive Games è derivativa e mai interessante nella tecnologia e nel design. Lo stesso si può dire dei nemici, che compaiono a metà gioco e che si rivelano una sorta di brutta copia del Demogorgone di Stranger Things. Persino quando queste creature sono sospese a metà della loro trasformazione, con fattezze umane che si mescolano ai tratti alieni, non siamo rimasti affatto colpiti. È evidente, in quest’ultimo caso, un forte richiamo al film Slither di James Gunn, con alcuni design quasi del tutto identici alla trasformazione finale di Grant Grant. Insomma: lato estetico il gioco non è “brutto”, ma come per la trama ci troviamo di fronte a qualcosa di poco creativo e, di conseguenza, poco interessante.
Anche il comparto sonoro soffre di alti e bassi. Se le musiche in-game ci sono piaciute, abbiamo trovato le canzoni poste alla fine dei capitoli completamente fuori contesto. Sembra quasi che gli sviluppatori abbiano voluto copiare il mood “weird” di Alan Wake 2, senza rendersi conto però di star facendo un gioco con un’atmosfera completamente differente. Segnaliamo però un ottimo lavoro di sound design. Selezionando la modalità audio dedicata alle Pulse Elite ci siamo trovati in cuffia un suono pulito e profondo come non capitava da tempo. Una piacevole (e inaspettata) esperienza auditiva, che speriamo di vedere replicata in futuro.
Il doppiaggio in italiano, infine, presenta per lo più voci convincenti, ma con qualche importante scivolone. Impossibile rimanere impassibili di fronte alle scene di dialogo con Carter, un personaggio potenzialmente interessante, ma minato da una recitazione tremenda.
DIRECTIVE 8020, IL COMMENTO FINALE
Non vogliamo girarci attorno: Directive 8020 non è l’inizio esplosivo che ci saremmo aspettati dalla seconda stagione della Dark Picture Anthology. Non siamo di fronte a un titolo insufficiente, sia chiaro, ma ci sono troppe leggerezze che impediscono al gioco di fare il salto di qualità necessario per emergere. Un’affermazione vera soprattutto per un titolo di fantascienza che esce sul mercato in contemporanea con Pragmata e Aphelion. Ci sono delle buone idee, sia chiaro, ma finiscono purtroppo all’interno di un calderone nel quale gli ingredienti presenti sembrano essere stati presi da altre ricette e combinati tutti insieme senza grande soluzione di continuità.
È un peccato che quanto di buono fatto in passato qui venga in parte messo in disparte, senza trovare terreno fertile per poter invece sbocciare appieno. A questo punto non ci resta che sperare che il futuro di Supermassive Games possa ripartire da questo mezzo scivolone. Che Directive 8020 sia una sorta di nuovo “punto zero” dal quale costruire per portare la saga al successo che, sulla carta, meriterebbe.

