Attenti ai pericoli che vi aspettano in Dread Delusion!
Ormai il mercato del videogioco indie si sta omologando a quello mainstream, con produzioni ad alto profilo, “dev star” e seguiti di titoli di successo. Una cosa che però mantiene il suo appeal è il fatto che, in mezzo alla quantità sempre crescente di uscite mensili, capita di trovare quel gioco che ha un’aura diversa dagli altri, quel piglio che cattura subito l’occhio e fa prudere le mani dalla voglia di giocarlo. E nel nostro caso quel gioco è Dread Delusion.
Uscito su PC nel 2024, Dread Delusion si affaccia nel mondo console seguendo i suoi tempi, portando con sé un RPG in prima persona che richiama non troppo velatamente i lavori classici di Bethesda nella serie The Elder Scrolls, con un riferimento particolarmente evidente a Morrowind.
Versione Testata: Nintendo Switch 2
Ambientato in un mondo cupo e devastato da una guerra che ha costretto i suoi abitanti a rifugiarsi su ciò che ne resta, ovvero un insieme di isole sospese nel vuoto, il gioco ci mette nei panni di un condannato a morte, al quale viene concessa una seconda possibilità di redenzione, a patto di sottostare al volere dell’Apostatic Union, la potente forza in seno al governo, e di intraprendere una missione ben precisa: rintracciare Vella Callose, leader dei mercenari della Dark Star, e fermarne i piani di distruzione.
Nel farlo dovremo muoverci fra le Oneiric Isles, un regno decisamente inospitale, e scoprire dove sia finita Vella, riuscendo a rintracciare i suoi ex compagni mercenari e convincerli ad aiutarci nello scovare la sua posizione, così da poterla affrontare e compiere la nostra missione.

Dread Delusion mette subito in chiaro quanto l’aspetto narrativo sia alla base del gioco e quanto sia fondamentale per il suo sviluppo. Ma, nel metterlo in pratica, sceglie la strada dell’ermeticità. Il gioco inizia con la scelta delle nostre origini, che serviranno a delineare il profilo del personaggio e le sue statistiche iniziali. Una volta iniziato il gioco e apprese le nozioni base, il gioco smetterà di tenerci la mano, abbandonandoci a noi stessi e al nostro senso di sopravvivenza. Nessun indicatore di missione, nessun aiuto. Ogni elemento necessario per avanzare andrà scoperto da soli, esplorando il mondo di gioco e interagendo con i suoi abitanti, ognuno dei quali potrebbe fornirci dettagli preziosi sulla nostra missione.
L’avanzamento e la progressione nel gioco vengono quindi scanditi dalla nostra abilità nel rimettere insieme i pezzi, nel completare le varie missioni secondarie o nel trovare quel determinato NPC a cui fare le giuste domande, dato che anche il più insospettabile evento secondario può indirizzarci verso il nostro obiettivo. Ed è qua che Dread Delusion stupisce di più, nella qualità della scrittura degli eventi e dei suoi protagonisti, di come evolvono le varie quest e dell’impatto che hanno nel grande intreccio delle cose. Ci è capitato di seguire una missione secondaria legata a strani eventi in un villaggio e a un possibile coinvolgimento di una setta. Indagando però abbiamo scoperto quello che si nascondeva dietro, aprendo così altri collegamenti narrativi verso altri personaggi fino a un risvolto della storia totalmente inaspettato. Qui Dread Delusion ha mostrato le sue qualità e la capacità di intrattenere il giocatore con la forza del racconto.

Anche l’esplorazione però è appagante. Nonostante veniamo gettati in un mondo estremamente ostile e poco rassicurante, e senza il minimo aiuto, basterà seguire qualche cartello per iniziare a orientarsi e scoprire il primo villaggio vicino dove iniziare le nostre indagini. Anche l’assenza di una mappa è legata a una quest, che ci chiederà di eseguire dei rilevamenti in varie zone ed effettuare noi stessi una mappatura dell’intera regione, lasciandoci nel buio più totale nelle prime ore di gioco su quale sia la nostra posizione o dove ci troviamo. Questo sistema però, per quanto affascinante, porta con sé una problematica enorme, legata soprattutto alla gestione dei checkpoint. In caso di morte ripartiremo da una zona di rinascita predefinita in un punto della mappa, cosa che costringe a ripercorrere, a volte per diversi minuti, la strada già battuta in precedenza, con la tendenza a diventare abbastanza stressante nel caso queste morti diventino frequenti. Perché, se è vero che il gioco non è troppo difficile o tecnico per quanto riguarda il sistema di combattimento, può capitare di morire facilmente, magari nell’assalto di più nemici, finendo in qualche trappola o calcolando male le altezze durante una caduta. E ritrovarsi a dover girare inutilmente è uno stress che, ad una certa, si fa sentire.
Come dicevamo, il sistema di combattimento non brilla per originalità e si rifà a quello dei classici RPG in soggettiva. Potremo equipaggiare due diverse armi, che siano spade, ognuna con un “time to kill” differente, o armi a distanza, come archi e pugnali, così come potremo imbracciare un antico tomo magico e lanciare incantesimi finché avremo a disposizione del mana. Possiamo poi equipaggiare armature e accessori, le prime per ottenere protezione, i secondi per aggiungere tutta una serie di bonus alle statistiche. E potremo anche accedere ad una macchina per potenziare il nostro armamentario, coinvolgendo i diversi oggetti raccolti, come filamenti o minerali.

Gli scontri avvengono in maniera abbastanza basilare, con il nostro personaggio che balletta avanti e indietro per assestare un colpo ed evitare quello del nostro avversario, che risponderà senza farsi attendere troppo. È possibile anche eseguire attacchi furtivi, ma in generale l’assalto frontale è quello che paga di più, anche con i nemici più ostici. La semplicità di questo sistema, che di per sé non è un male, si riflette sull’assenza di una vera e propria sfida generalizzata, rendendo in diversi momenti l’azione stessa del combattere qualcosa di superfluo ed evitabile, specie se siete morti e dovete ritornare nel luogo in cui siete stati sconfitti. Anche perché il sistema di crescita del nostro personaggio non si avvale del classico level up tramite punti esperienza, ma raccogliendo un determinato oggetto chiamato Glimmer of Delusion, che, raggiunto il quantitativo necessario, potrà essere convertito in un punto statistico da assegnare a una delle caratteristiche del personaggio. Laddove i valori di attacco, agilità e magia possono rendere i combattimenti ancora più semplici, abbiamo notato una maggiore propensione del gioco nel porre dei paletti che impongono una crescita di aspetti come il Carisma, che permette di accedere a scelte di dialogo ottimali, o lo scassinamento, la cui riuscita è affidata a un “D6” e che spesso sblocca strade alternative per completare una missione.

Dread Delusion affascina soprattutto sotto il profilo grafico, omaggiando il genere e riproponendo un’estetica anni 2000 sotto acidi. In Dread Delusion troviamo Morrowind, ma anche i richiami stilistici a King’s Field sono evidenti, concentrati in un mondo dark fantasy dalle forti influenze steampunk. Nella sua semplicità, fatta di ambienti poligonali abbastanza essenziali, il gioco ci porta a visitare immense foreste di funghi giganti, arcipelaghi di isole fluttuanti, antiche città fortezza e dungeon che scendono nelle profondità e rivelano grotte di cristallo. La varietà non manca di certo, sebbene l’uso di una certa palette di colori e delle texture volutamente pixellose tenda ad appiattire e uniformare i vari ambienti, che in certi casi avrebbero meritato un po’ più di caratterizzazione. Anche i personaggi, rigorosamente low poly, acquistano un senso estetico decisamente grottesco e inquietante, perfetto per un mondo estremamente disturbato come quello di Dread Delusion. Su Nintendo Switch 2 il gioco gira generalmente bene, salvo inciampare nel frame rate durante i cambi di zona, probabilmente a causa dei caricamenti fra le due aree, per poi stabilizzarsi dopo qualche secondo.
Se le musiche fanno giusto da accompagnamento alla nostra avventura, si sente in più di un’occasione l’assenza di un doppiaggio, data la centralità dei dialoghi nel gioco. E proprio per questo, la mancata localizzazione in italiano è uno scoglio insormontabile per chi non ha dimestichezza con la lingua, dato che l’inglese utilizzato in game è abbastanza complesso e necessita di parecchia attenzione da parte del giocatore per l’uso di termini non così comuni.
Dread Delusion conferma le buone vibrazioni che ci aveva trasmesso. Si tratta di un RPG piuttosto semplice nella sua struttura, ma capace, grazie a una scrittura solida e a un’impostazione non lineare dell’avventura, di offrire un’esperienza che gli appassionati di fantasy non dovrebbero lasciarsi sfuggire. Non mancano certo dei difetti, fra tutti la gestione dei checkpoint o un sistema di combattimento basilare, ma sono scivoloni sui quali possiamo passare sopra con tranquillità, data la buona riuscita del gioco e che speriamo possano trovare una risoluzione in un eventuale secondo capitolo, che al momento ci auguriamo possa vedere la luce.

